E poi

E poi
«A suo parere gli esseri umani non nascevano per realizzare un obiettivo. Al contrario, un obiettivo si formava soltanto quando una persona veniva al mondo. Creare a priori un obiettivo, fin dall'inizio, e applicarlo a una persona, equivaleva a rubarle la libertà di movimento fin dalla nascita. Un obiettivo era qualcosa che l'essere umano doveva costruirsi da solo. Peccato che nessuno, di sua spontanea volontà, fosse capace di farlo. Questo perché lo scopo di una vita si compiva affermandosi nel mondo, nella concretizzazione dell'esistenza stessa». Daisuke esiste. Non si preoccupa di cercare un lavoro o di prender moglie, anche se ha già trent'anni. Vive con l'assegno che mese dopo mese gli dà la sua nobile famiglia, ama il profumo dei gigli, legge libri occidentali e s'immerge ogni giorno in profonde riflessioni. Quando passeggia non pensa alla destinazione, lascia che i piedi lo conducano dove capita: le sue sono giornate lente, controllate, quasi immobili; solo ozio e speculazione. Qualcosa però cambia quando un vecchio amico, Hiraoka, e sua moglie Michiyo – pallida, malata, eppure ancora bellissima – ritornano a Tokyo e gli chiedono aiuto: hanno bisogno di denaro e di ricostruirsi una vita. Daisuke non ha un patrimonio proprio, non può far molto e, oltre a questo, più trascorre del tempo in loro compagnia, più s'accorge che la passione, mai assopita, per quella donna dal volto cereo continua a crescergli dentro. E pensare che il padre e il fratello stanno organizzando per lui un matrimonio combinato...
Nell'Era Meiji (1868-1912), dopo tre secoli di chiusura, il Giappone si apre all'Occidente e idee nuove e mode importate da terre lontane si mescolano alle tradizioni nipponiche. Scritto nel 1909, E poi è una sorta di specchio in cui le conseguenze di questo cambiamento si riflettono sulla figura di Daisuke: un giovane lacerato tra passato e modernità, incapace di scegliere tra una vita agiata – che sembra poter continuare in eterno e senza imprevisti, e la voglia di sfuggire da un destino imposto per far trionfare la propria volontà. Il protagonista assorbe in sé le sfaccettature più complesse dell'epoca in cui vive: è riflessivo, quasi calcolatore, ma, nel corso di un processo lento e descritto nei minimi dettagli – la scrittura di Sōseki è delicata e capace di entrare negli angoli più nascosti del pensiero – parte della sua razionalità va perduta, travolta dai sentimenti. Non accade molto più di questo in E poi: la storia d'amore tra Daisuke e Michiyo procede per passi piccoli, misurati; non ci sono inciampi, i due non superano mai i propri limiti. È una calma narrativa che somiglia al fluire delle stagioni: seguire i pensieri di Daisuke è come osservare da una finestra una foglia che ingiallisce su un albero, fino a cadere sul terreno. E poi non è l'opera migliore dell'autore, ma vale comunque la pena di leggerla perché fotografa in modo accurato un periodo e in più, dal tema principale si diramano tra le pagine una serie di brevi racconti (aneddoti su D'Annunzio, episodi della politica nipponica, spiegazioni sul teatro giapponese, ecc.) che arricchiscono la lettura, incantano e incuriosiscono.

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