E poi ci sono quei momenti che

E poi ci sono quei momenti che

In amore è sempre stato un dilettante. Anzi, meglio, un principiante: incapace di non sbagliare. Nemmeno assistito dalla proverbiale fortuna di chi comincia, dunque… Il primo innamoramento risale ai tempi del liceo. Naturalmente, per una delle ragazze più ambite e desiderate della scuola. Il sogno insperato si fa realtà il giorno in cui la bellissima lo invita nella sua casa di montagna. Insieme soltanto a un’altra coppia di compagni. Durante tutta la cena lei cerca ripetutamente e con ostinazione il contatto fisico. Manda segnali inequivocabili, insomma. Per tutti tranne che per lui, visto che appena la casa viene invasa dalla musica il nostro non fa altro che ballare con l’altra ragazza per tutta la sera. Diventando da lì in poi, fino alla fine dell’anno, per la sua ospite di fatto invisibile. Un fantasma. Peggio ancora, un ectoplasma. E così arriva ai trent’anni gravitando intorno agli archetipi di eros e thànatos: amore e morte. Da un lato lui, dall’altro loro, orbitanti come satelliti a delimitare le cose da fare prima dell’ultimo viaggio, comunque ritenuto un evento lontano, improbabile, da non prendere nemmeno in considerazione, se non a livello inconscio. E così vive di fretta, anelando di lanciarsi in ogni impresa che gli solletichi la fantasia, anche se poi sul sogno vince la pigrizia: un solo obiettivo lo fa andare avanti. L’amore. Il desiderio di un amour fou per una donna. E quando poi arriva, quello sconquasso di emozioni degne del cinematografo, porta con sé una novità. Anzi due. Due cuccioli d’uomo. “Embè, che sarà mai?”, pensa lui. Ma poi comincia a capire che nella sua vita, e fino ad allora non ci aveva mai pensato, si è aggiunto un altro archetipo, quello del rapporto fra padre e figlio, fatto di domande imbarazzanti e spiazzanti, della sensazione di non essere mai adeguato e di non avere la benché minima credibilità né alcun genere di autorevolezza, dell’impossibilità di girare come un tempo nudo per casa cantando a squarciagola, di tante risate, tante paure, altrettanti dubbi…

Essere genitori, si sa, è il mestiere - se così si può definire - più difficile del mondo. È uno stravolgimento irreversibile dell’esistenza: non certo un ergastolo, beninteso, ma una responsabilità. Hai la vita di qualcuno nelle mani, qualcuno che nasce da te, o che comunque, se anche non ha i tuoi geni (i figli son figli, il resto non conta), cresce con te, vive con te, si nutre del tuo amore e dei tuoi esempi. Diventerà, probabilmente, quel che tu gli hai insegnato a essere. Si può divorziare dai coniugi, non dai figli. D’altronde non esiste nemmeno un singolo vocabolo che identifichi con precisione chi purtroppo un figlio lo perde, a differenza di chi non ha più marito o moglie o padre e madre: è un legame indissolubile, naturale, probabilmente non del tutto descrivibile. Le parole, a volte, si fermano al di qua di un invisibile confine. E se il mestiere, chiamiamolo così, per l’appunto è difficile, vuol dire che certo gli errori sono all’ordine del giorno, e la perfezione, come per ognuna delle umane cose, non esiste: si cerca di fare del proprio meglio, navigando a vista, tentando di sbagliare il meno possibile, e sempre in buona fede, avendo come obiettivo il bene di chi ami. Almeno, di norma… Quello di Feo è sicuramente un romanzo, ma anche, se non altro per le modalità narrative, un’antologia di istantanee, frammenti, tessere di mosaico, una raccolta di immagini, un album fotografico in cui è presente ogni tono di colore. Fresco, ironico, divertente, semplice, chiaro, limpido, niente affatto pretenzioso, lieve, ma per nulla superficiale, si legge in un battibaleno, una pagina dopo l’altra, profuma di autenticità (il che consente immedesimazione e riconoscimento: evidentemente lo scrittore sa di cosa parla, e sa pure ascoltare il prossimo suo) e mantiene per tutto lo svolgimento una coerenza e una compattezza invidiabili: è un percorso di crescita in cui mentre si lascia, non senza un certo iniziale smarrimento, la prolungata età della fanciullezza e si approda nella stagione adulta, non si smette di sorridere, giocare e sognare.



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