E tu splendi

E tu splendi

Pietro ha quasi dodici anni ed è nato alla periferia di Milano da genitori lucani: Biagio detto Gino e Rosalba, chiamata affettuosamente Rosi, deceduta da poco lasciando nel cuore del ragazzino e di sua sorella Nina un vuoto incolmabile. A Pietro non piace abitare in via Gramsci, detta “Milanox” perché è un miscuglio tra Milano e il Bronx: il quartiere è ad alta concentrazione di stranieri e meridionali, sopratutto calabresi, mentre i lucani come loro sono una rarità; quando Pietro aveva solo quattro anni, una suora cattiva all’asilo lo aveva indicato dicendo che lui e la sua famiglia erano degli invasori, venuti al nord a rubare il lavoro ai milanesi: è brutto sentirsi sgraditi, e in quel momento Pietro avrebbe voluto avere un accento diverso nella voce così da non farsi riconoscere. Anche se sua madre non c’è più, il ragazzo continua ad avere con lei un rapporto speciale: le parla dentro la testa, le racconta le cose, le augura ogni sera la buonanotte. È colpa di sua madre se in prima media lo anno bocciato (lei è simpatica, e le piace un sacco fare gli scherzi), e se quell’estate non andrà più al campo estivo coi suoi amici come programmato. Suo padre ha messo al polso suo e di sua sorella un braccialetto ridicolo con su scritto Matera, e li ha caricati sul pullman che li avrebbe portati dritti dai nonni in quel di Arigliana. Pietro e Nina arrivano al paesello col sole nascente, i nonni li aspettano come sempre nella loro grande casa di pietra, coi muri spessi e il camino gigantesco. Come sarà bello rivedere i vecchi amici: Refé, le gemelline Lopiano, Domenico, quel maschiaccio di Pasquina... Anche Arigliana sembra immutata con la sua grande piazza vuota, gli appezzamenti incolti di terra tutt’intorno, la bottega dei nonni, la macelleria, il palazzo stregato della vecchia Menzasignor ‒ guai a chi ne varca il cancello! E la torre normanna in fondo alla piazza, che sta per rivelare a tutti uno sconvolgente segreto...

“Contemporaneamente, in quei giorni, tutti in paese si sono ricordati di quello che non avevano mai avuto e che avrebbero voluto avere, oppure del poco che avevano e che adesso con gli stranieri sembrava più prezioso”. È piccolo Pietro, ma è già tanto saggio; è sua la voce tenera, autentica e scanzonata che ci racconta di quell’estate indimenticabile che lo ha visto diventare uomo: quando ha dovuto misurarsi con l’ingiustizia, prendere coscienza del proprio coraggio, agire in base alle proprie convinzioni; riflettere sulla vecchiaia e sul suo inevitabile epilogo, ma sopratutto, riuscire ad elaborare il lutto per la perdita della madre, al ricordo della quale si attacca in modo commovente cercando conforto e consiglio, ostacolato da Canetto, metafora del dolore rappresentata in modo geniale da un immaginario cane aggressivo che continua a mordere e spaventare. Anche Arigliana e la sua piccola comunità sono protagonisti insieme a Pietro: un’immobile e sonnolento paese del sud Italia diventato improvvisamente il centro del mondo; arrivano gli stranieri, e anche quelli della comunità europea compaiono d’improvviso a dettare legge, a chiedere di adeguarsi ai tempi e di convertire obbligatoriamente parte della produzione agricola. Dura farsi comandare per dei contadini vecchio stampo: retrogradi per la maggior parte, testardi come muli e divisi da tensioni e rancori; ma questa è l’occasione giusta per unirsi di nuovo e insieme riscattarsi dalla povertà, e chissà, anche di cominciare a considerare l’invasore come risorsa e non come ostacolo: che lo sanno tutti in paese che il nemico, per essere tale, non deve necessariamente venire da lontano. Tantissimi, di grande attualità e molto ben amalgamati i temi affrontati da Giuseppe Catozzella ‒ giovane autore milanese vincitore nel 2014 del premio strega giovani con Non dirmi che hai paura ‒ nel suo bellissimo E tu splendi (titolo che richiama un celebre stralcio dalle Lettere Luterane di Pierpaolo Pasolini, Einaudi 1976: “I destinati a essere morti non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello”), un inno alla speranza e alla cooperazione pacifica, un invito al coraggio e alla non-conformazione, affidato non a caso ai pensieri e alle parole di un ragazzino scaltro e simpatico che si appresta ad affacciarsi, con dolore e determinazione, alle porte dell’età adulta.



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