E tutto divenne luna

E tutto divenne luna

D.J è un fotografo che sa scrivere, “nel complesso una combinazione rara in questa professione”, e per caso, quando una volta dopo un servizio fotografico gli hanno chiesto di fermarsi in quel posto per vedere il “terzo più bel tramonto del mondo”, ha cominciato la sua carriera di esperto nella valutazione dei tramonti. “Ogni tramonto è una parabola dell’Apocalisse”, sostiene. Ma oggi è diverso, il sole potrebbe essersi già spento e alla fine di tutto mancano soltanto 8 minuti e 19 secondi… 5 agosto 2008, ore 12, albergo “Bulgaria”. Lui è lì, puntuale. Ha un appuntamento con Helma, “la prima donna in vita mia con cui ho trascorso una notte intera, clandestinamente, al centro di Sofia”, in quello stesso albergo, nella stanzetta di servizio del quarto piano, tra i cumuli di lenzuola pulite, quando lui aveva vent’anni e lei diciannove. Era il 5 agosto 1968, e avevano preso appuntamento per oggi, quarant’anni dopo… “Il Piccoletto non aveva proprio fortuna con i padri”. Lui ha sette anni ed è ai limiti dell’età per essere adottato, “troppo anziano” ha detto la sua amica Tsetsa. In tutto l’istituto non c’è un uomo, eccetto il portiere invalido che ha un braccio solo ma picchia il doppio. Ma lui vuole disperatamente un padre. Un giorno, dalla finestra, vede un grande castagno nel cortile, dopo le lezioni gli va vicino, lo accarezza e decide che è robusto abbastanza per essere un padre. “Se si adottano i bambini si possono adottare anche i padri. Il castagno, in silenzio si disse d’accordo”. Ma alla fine dell’autunno l’albero comincia ad avvizzire e un brutto giorno arriva nonno Stamo con una motosega a benzina… Nel paese si sta filmando un matrimonio e le comparse, agghindate con i loro vestiti migliori che risalgono a decenni prima, siedono al banchetto di nozze allestito. È da tempo che non ci ritrovava tutti insieme nella piazza del paese a scambiarsi notizie sui figli all’estero. “Raccolgono olive, lavorano come muratori in nero, puliscono le stazioni della metropolitane, fanno da badanti ai vecchi in fin di vita – questo però non si racconta”. “Mi hanno versato acqua invece della grappa - dice un anziano - c’è stato un errore”. Ma come “Non ci saranno gli sposi” vuole sapere nonna Dana! “ Ma come si fa un matrimonio senza gli sposi”. La regista fa fatica a farle capire che nel film i giovani sono in Canada e si sposano lì mentre loro sono qui al banchetto nuziale… Kastor P. ha organizzato tutto calcolando i tempi. Soprattutto quelli necessari a far arrivare il suo messaggio a suo figlio, lontano in una suborbita intorno a un pianeta dalla difficile configurazione numerica, e quelli utili perché decida cosa fare e poi torni sulla Terra. Ha vissuto settantanove anni e tre mesi e ha deciso di morire. Per tutta la vita ha provato “a combattere i progetti insensati”, ma nessuno ha dato retta a lui e agli altri studiosi ecologisti. “Ora sapeva di aver avuto ragione e questo aumentava la sua tristezza”. Suo figlio non è arrivato, ma il momento di andare sì. La sera si sdraia e guarda la Luna, lì si trova il nuovo cimitero dove presto la piccola capsula lo condurrà. “Sai di che materia è fatto il Cosmo? È fatto di solitudine. Questa è la sua materia. E la solitudine è una sostanza volatile, che tende a riempire tutto lo spazio che la circonda”…

Finalista allo Strega Europeo 2014 con il romanzo di successo Fisica della Malinconia, dopo l’esordio con Romanzo Naturale, accolto come una rivelazione da pubblico e critica, considerato (tra qualche polemica, in verità) lo scrittore più talentuoso del suo paese, la Bulgaria, anche con questa raccolta di diciannove racconti Georgi Gospodinov mostra di essere un narratore fuori dal comune. Come dice lui stesso nella conclusione, “Alcune di queste storie hanno una loro storia”, intendendo che alcune sono comparse negli anni in alcune antologie, altre sono state scritte in un monastero di cappuccini in Svizzera. I racconti di questa antologia, quindi, nascono in tempi diversi; in alcuni fa capolino in una maniera più o meno evidente l’ambientazione o comunque una dimensione tipica di un paese dell’est; certi sono più lunghi, altri constano soltanto di tre pagine. A volte le storie risultano così spiazzanti da lasciare quasi sgomenti, talaltre sono così imprevedibili da sorprendere. Eppure sempre, in fondo da qualche parte, in ognuna c’è qualcosa che il lettore riconosce, qualcosa che gli appartiene. D’altra parte i temi sono ricorrenti e gravitano attorno ad un disvelamento tragico ma rassegnato, quello del grande bluff che tutti noi fingiamo di ignorare, ovvero che nulla di quello che avviene ci appartiene davvero, che nessuno degli eventi siamo nella condizione di controllare veramente. Ne consegue l’incertezza che domina nelle nostre esistenze, soprattutto davanti allo scorrere inesorabile del tempo. Ci restano le nostre paure, le ossessioni, le reazioni imprevedibili e i rifugi che può cercare la mente umana davanti alle difficoltà. Tra paradosso e poesia – ricordiamo che lui è anche autore di poesie (sconosciute in Italia) e la sua prosa così particolare lo rivela – con le sue suggestioni al limite dell’assurdo, impossibili da catalogare in un genere definito, Gospodinov ci parla di queste nostre fragilità, di queste ossessioni, di solitudine, di memoria e perdita, con una punta di ironia e con quella sua voce unica e malinconica che è la sua nota caratteristica. Il senso della perdita si concretizza, in ben cinque racconti, nell’immagine estrema dell’apocalisse, che è sempre avvertita dietro l’angolo, da qualche parte incombente. Cosa ci resta da fare, allora? Raccontare, raccontare sempre, raccontare storie, come in uno dei racconti fa il suonatore di fisarmonica, che vuole donarne una ad ogni passante, perché possa andarsene di là portandone dietro una con sé. Gospodinov ha detto da qualche parte che “i morti mi hanno insegnato a leggere. […] La morte è stato il mio primo sillabario”, e che nel cimitero della sua città natale, Jambol (che è presente in altro racconto come una traccia) nella Bulgaria comunista, ha cominciato a leggere le lettere. Forse è per questo che la morte è una idea che non fa paura nelle sue storie; e nella sua drammaticità si accompagna ad una serena accettazione che ha il volto placido della luna nell’ultimo, avveniristico, racconto eponimo. Georgi Gospodinov non assomiglia a nessun altro autore, se non forse a qualche scrittore fuori dalle righe come Antoine Volodine; e sa raccontare, probabilmente con la sua prosa ipnotica e a tratti lirica potrebbe rendere affascinante anche un elenco telefonico. Allora sempre grazie a Voland per averlo portato in Italia, nell’attesa di una terza raccolta di racconti che, pare, è già prevista a breve.



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