Educazione siberiana

Educazione siberiana
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L’esilio dei siberiani in Transnistria è quasi una leggenda sbiadita dal tempo: in Russia nessuno ne parla, pochissimi ne sanno qualcosa, al massimo ci si ricorda dei tempi della collettivizzazione comunista, “quando per il Paese passavano i treni pieni di povera gente che veniva spostata da una parte all’altra dell’URSS per ragioni note solo al governo”. Eppure quell’esilio c’è stato: negli anni Trenta per ordine di Stalin villaggi interi sono stati evacuati e bruciati, la gente è stata caricata a forza su treni con vagoni di legno senza finestre, nutrita a pane e acqua gelida e dopo quasi un mese di viaggio in condizioni terribili i siberiani sono arrivati alla loro nuova casa, la Transnistria o Bessarabia, accanto alla Moldavia. La famiglia di Nicolai si è sistemata a Fiume Basso, un sobborgo di Bender che è quasi subito diventato una piccola Siberia, un luogo in cui le antiche tradizioni degli Urka sono tramandate e rispettate gelosamente: un codice di valori e comportamenti molto complesso che definisce gli abitanti di Fiume Basso e tutti gli esuli siberiani talmente compiutamente che gli abitanti del circondario li chiamano “educazione siberiana”. Un codice che Nicolai, alla fine degli anni ’80, quando è solo un ragazzino, impara soprattutto da Nonno Kuzja, un vecchio molto forte (da giovane è sopravvissuto miracolosamente a una fucilazione dei sovietici), con ancora tutti i capelli neri e pieno di tatuaggi ovunque, anche in viso. Un viso illuminato da due ipnotici occhi blu ma solcato da rughe e cicatrici profonde. Nicolai è ancora un bambino, un “piede scalzo”, ma cresce in fretta, è già bravo con la picca (il coltello che gli anziani usano regalare ai più piccoli come segno della loro maturità), sa essere un leader con gli amici e affronta le bande rivali a Bender o addirittura a Tiraspol’ con coraggio e lealtà. Odia i “porci sbirri” come ogni siberiano che si rispetti: “Come si fa, dimmi tu, a fidarsi di chi vive grazie alla nostra morte?”, gli dice sempre il nonno, “Il loro pane è il nostro dolore”…

Le tradizioni degli Urca siberiani – un po’ guerrieri un po’ mafiosi, un po’ affascinanti un po’ sinistri, ché tra leali e letali c’è solo una lettera di differenza – sono tante e pittoresche: Nicolai Lilin passa metà del suo suggestivo libro d’esordio, la prima, solo ad elencarle. Poi il registro cambia di colpo, il protagonista finisce in un carcere minorile, tutto diventa più crudo e drammatico, l’ombra della morte incombe sempre più sulle pagine (sì, quella morte con cui a Fiume Basso si convive sin da piccoli, quando da bambini prima si assiste poi si partecipa all’uccisione degli animali da cortile), la guerra tra bande si fa sanguinaria e infine tutto precipita con la cartolina-precetto dell’esercito della Federazione russa. Sin da subito un clamoroso successo, il memoir+fiction di Lilin ha avuto però la sfortuna di diventare oggetto suo malgrado di una guerra tra bande editoriali che ha poco da invidiare alle faide degli Urka: da opposte barricate si definisce Educazione siberiana (che nel frattempo è diventato un film per la regia di Gabriele Salvatores e interpretato fra gli altri da John Malkovich) una testimonianza coraggiosa o viceversa una bufala costruita a tavolino. L’autore ha difeso la sua opera con motivazioni circostanziate più volte e in una bella intervista concessa a noi di Mangialibri ha spiegato i retroscena della polemica, più legata a beghe giornalistiche che ad altro. Ciò che resta oggi – posata la polvere – è l’energia oscura di un libro potente e fascinoso, perfetto nella sua imperfezione, che ci racconta con sarcastica ferocia una terra che non sapevamo esistesse in cui c’è una enclave che non sapevamo esistesse abitata da un popolo che non sapevamo esistesse.



 

 

 

 
 
 
 

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