Ehi, prof!

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È il primo giorno di scuola al McKee, il vecchio liceo pubblico di Staten Island. È anche il primo giorno della carriera del giovane professore Frank McCourt. Ma rischia di diventare anche l’ultimo quando - per sedare una rissa tra compagni - McCourt si mangia il panino di un alunno davanti a tutta la classe, in un sol boccone, riuscendo a distogliere l’attenzione di tutti dalla rissa per accentrarla su di sé. Peccato che proprio in quell’istante entri in classe il preside, che sta girando per la scuola per il consueto messaggio d’auguri di inizio anno scolastico. Il risultato è: una rissa sventata, una bella lavata di capo subita. 1 a 1 palla al centro. Professore avvisato mezzo salvato? Niente da fare, già al secondo giorno di scuola McCourt fa sensazione accennando (ironicamente, s’intende) al gusto per la copula con gli ovini tipico di molti suoi conterranei irlandesi: apriti cielo, viene giù la classe dalle risate. Ma i genitori, che ci mettono solo qualche ora a essere informati - in maniera un po’ distorta come sempre accade - dell’arguzia del giovane professore, non la prendono con altrettanto humour e presentano una protesta formale al preside di cui sopra. Anche stavolta McCourt salva il posto, ma davvero per il rotto della cuffia. Il terzo giorno, poi...no, il terzo giorno è stato un giorno come tanti, senza colpi di scena, altrimenti del resto il cuore non avrebbe mica retto a quasi mezzo secolo di lezioni...

Eppure questo non significa che dopo qualche pagina un soporoso tran tran si sostituisca allo scoppiettante incipit di Ehi, prof!,niente affatto. Decine di aneddoti gustosi, di alunni talmente grottescamente buffi da sembrare macchiette, di professori così occupati a praticare l’adulterio e a tramare per fare carriera a danno dei colleghi che per trovare il tempo di fare lezione devono proprio fare i salti mortali. E riflessioni serie, emozioni, rimpianti. “Alla fine mi domando come ho fatto a durare tanto”, scrive da qualche parte nel libro McCourt. Perché amavi il tuo mestiere e i ragazzi, ecco perché, Frank. Tanto più che non te ne stavi tranquillo nel sancta sanctorum di una silenziosa aula d’Università, no. In trincea, in quattro diverse scuole superiori pubbliche di New York. Cinque classi di liceali di quartieri popolari al giorno per cinque giorni alla settimana per quasi cinquant’anni (30.000 ore di lezione, 12.000 alunni). E così è passata una vita. Ma chi l’avrebbe detto che poi ce ne sarebbe stata una seconda? Sì, perché fino al 1996, Frank McCourt è stato un esimio signor nessuno di 66 anni. Poi è successo che il professore in pensione ha scritto Le ceneri di Angela, un libro pensato “per spiegare la storia della famiglia ai figli e ai nipoti McCourt, per vendere qualche centinaio di copie e magari farmi invitare a qualche gruppo di lettura”: inaspettatamente, il romanzo schizzò in testa alle classifiche di tutto il mondo e divenne pure un film (del resto, i libri negli Usa sembrano diventare tutti dei film). Altri tre anni e nel 1999 uscì Che paese, l’America, e il sessantanovenne neoromanziere conquistò definitivamente il cuore della critica e un posto di riguardo nel panorama letterario internazionale. Ma McCourt non ci aveva ancora raccontato la sua epopea di insegnante, solo abbozzata nel suo secondo libro: qui finalmente l’approfondisce con una serie infinita di ricordi che fotografano praticamente tutta la storia americana del secondo ’900. Nostalgia canaglia.

Leggi l'intervista a Frank McCourt



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