Eichmann o la banalità del male

Eichmann o la banalità del male
 I misfatti di cui veniva accusato erano mostruosi. Eppure alla sbarra non c’era un mostro, ma l’incarnazione della persona media, normale. Un passacarte solerte ed efficiente, un boia da scrivania. Così Hannah Arendt, inviata dal New Yorker ad assistere al processo contro Adolf Eichmann svoltosi a Gerusalemme nel 1961, descrisse l’ex-ufficiale delle SS. Quello che era stato l’ideatore della “Soluzione finale”, benché artefice di delitti immensi era un uomo “piccolo”, che si considerava solo l’esecutore di disposizioni impartitegli dall’alto. Fu incapace di giudicare autonomamente, di immaginare le conseguenze della sua attività, e la sua “mancanza di pensiero” causò disgrazie ben maggiori di tutti i più bassi e malvagi istinti umani. Smascherando l’enorme superficialità, la scandalosa stupidità di Eichmann – un buffone piuttosto che uno spietato – Hannah Arendt coniò la formula che avrebbe dato origine al suo celebre saggio La banalità del male, la cui pubblicazione nel 1963 scatenò un polverone internazionale. Molti si chiedevano come si potesse definire banale un simile male. Nel corso di una conversazione radiofonica mandata in onda il 9 novembre 1964 dall’emittente bavarese Südwestdeutscher Rundfunk la Arendt spiegò il proprio pensiero all’autore di una delle più note biografie di Hitler, Joachim Fest...
Per la prima volta quell’intervista viene pubblicata insieme alle lettere, finora sconosciute, che si scambiarono i due autori e ad altri documenti. Eichmann visto come un nuovo tipo di assassino privo di ogni alone demoniaco, classificato come un insignificante funzionario mosso non da intenti criminali bensì dal desiderio di prendere parte al potere: ecco in cosa consiste la “banalità del male” che all’epoca suscitò tanti fraintendimenti e tanto scalpore. Andando più in profondità, il nocciolo del dialogo tra Hannah Arendt e Joachim Fest è il concetto di responsabilità che emerse nel corso del processo. È appunto il processo a impedire all’accusato di considerarsi soltanto parte di un ingranaggio e a riportarlo a essere un individuo dotato di libero arbitrio, con tutte le conseguenze del caso. La burocrazia, e dunque quel “massacro amministrativo” che fu l’Olocausto, crea un anonimato in cui la personalità viene cancellata. Quando però l’imputato si trova davanti al giudice, da semplice pedina torna a essere uomo. Come tale diventa responsabile delle proprie scelte, dal momento che gli era stata data la possibilità di un’alternativa. A essere onesti, le parole della Arendt qui suonano un po’ contraddittorie. “Se portiamo qualcuno in tribunale, presumiamo che costui abbia una qualche responsabilità. E noi abbiamo il diritto di farlo, cioè sul piano giuridico... perché l’alternativa non è il martirio”, dice la filosofa tedesca. Subito dopo però afferma che l’alternativa era il sottrarsi agli ordini anche a costo del suicidio: “Se dovessi esservi costretto, allora mi toglierò la vita”. Bene, decidere di risparmiare delle vite, indipendentemente dal loro numero, a rischio o a prezzo della propria vita, è eroico e perfettamente etico, ma giuridicamente non esigibile. Questa è la questione più spinosa che traspare da Eichmann o la banalità del male, a prescindere dalla colpevolezza dell’Obersturmbannführer delle SS, che resta fuori discussione: l’effettiva possibilità di scelta del singolo all’interno di un sistema dittatoriale. In un certo senso però il problema va spostato a monte. Perché quando la macchina totalitarista si è messa in moto diventa alquanto difficile tirarsene fuori, a meno di non avere la vocazione all’eroismo o al martirio. É prima che bisogna scegliere. Prima delle adunate oceaniche nelle piazze per osannare pericolosi demagoghi. Prima che il diffuso, tollerato e sottovalutato razzismo si trasformi nella promulgazione di leggi razziali, prima che in modo subdolo, sottile e occulto la libertà individuale venga progressivamente annullata. Prima che il regime arrivi al potere con il plauso popolare. Ed è in questo pungolo a riflettere sulle conseguenze dell’acquiescenza che queste pagine vanno oltre il valore di testimonianza su uno dei momenti più neri della storia recente per diventare una lezione morale universale, di cui è doveroso fare tesoro. Soprattutto finché esistono gli stolti che - a scapito dell’evidenza e per ritagliarsi un atomo di visibilità – ancora oggi hanno il coraggio di negare l’orrore delle camere a gas e il meccanismo banalmente perverso che le ha provocate. 

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