Era il mio migliore amico

Era il mio migliore amico

Tra Noah Sadler e Abdi Mahad c’è un legame di amicizia fortissimo,che li rende inseparabili. È questo rapporto speciale fra i due ragazzi che rende inspiegabile il fatto che Noah venga trovato in un canale di Bristol e Abdi sulla sponda di quel canale, chiuso in un silenzio senza un perché. Soccorso, Noah viene tenuto in coma farmacologico per tutta una serie di problematiche legate soprattutto al fatto di essere un malato terminale. Anche Abdi viene soccorso e il suo mutismo diventa quasi patologia, ma viene dimesso dall’ospedale perché fisicamente in salute e perché forse, in casa, tra le persone che gli vogliono bene, può essere aiutato a raccontare che cosa è successo e perché. Già, cosa è successo ai due amici? Se lo chiede il detective Jim Clemo che si occupa delle indagini, il suo primo caso dopo un allontanamento forzato dalla Polizia che l’ha tenuto anche a “stretto contatto” con una psicologa. Le indagini partono inevitabilmente dalle famiglie dei due ragazzi. E come succede sempre, molti sospetti vengono nutriti su Abdi, ragazzo di origine somala, che costituisce per la stampa il capro espiatorio e già il colpevole, quello su cui riversare fiumi e fiumi di inchiostro intinto nel razzismo. Forse perché ormai è così, forse perché è più facile da credere, forse perché la stampa è senza cuore, al punto da mettere o forse sarebbe meglio dire sbattere, in prima pagina la foto di Noah sul suo letto di ospedale, nello stato in cui è, senza rispetto né pietà per un ragazzo che è quasi alla fine dei suoi giorni...

Un caso con tutti gli ingredienti giusti per costituire una perfetta montatura della stampa, anche perché chi sapeva non può più parlare e chi non sa fa invece a gara per fornire informazioni e immagini non proprio corrette: il romanzo di Gilly MacMillan non perde un colpo e ha il grande pregio (intreccio efficace a parte) di porre l’attenzione su alcuni argomenti molto attuali, sui quali si farebbe bene a riflettere. Se una storia fa gola ai media, non è sempre detto che venga scritta con obiettività, come vorrebbe non solo la professione del giornalista, ma forse anche il cuore. Competitività, superficialità e volontà di emergere la fanno da padrone. E la cosiddetta opinione pubblica poi fa il resto, pilotata a dovere dai grandi giochi politici. Sarebbe bene riflettere sui pregiudizi, sulla cattiveria gratuita, sulle troppe mancanze, cercando, insomma, di mettersi nei panni degli altri. In questa storia non manca nulla: casi di violenza non detta, non denunciata, solo taciuta, violenza sulle donne, violenza tra etnie, violenza psicologica, violenza che riappare dal passato perché ha sempre un volto specifico, quello che tormenta i sogni e che all’improvviso sembra di cogliere tra la gente. Ben scritto, incalzante, da leggere tutto d’un fiato, perché il lettore le ingiustizie le vede tutte e si schiera e si fa di parte e vorrebbe incanalare le indagini, le vicissitudini, l’intera storia nel più corretto binario.



0
 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER