Era la Milano da bere

Era la Milano da bere

È una famiglia proletaria quella dei Gerosa, pacificata nel suo tran tran, o almeno così sembra; Massimo non è soddisfatto di quella vita, lui vuole di più. Gradino dopo gradino diventa un manager di un colosso dell’informatica, la Comor. La crisi sembra lontana anni luce dalla sua villa, dal SUV dalla moglie Anna - che sfoggia abiti di lusso mentre lui sfoggia lei - e dai suoi progetti per la figlia Cristina. Sembra, perché un brutto giorno gli viene comunicato dal boss in persona, Roberto Modigliano in odore di nomina politica, che la ristrutturazione aziendale li costringe a fare a meno di lui. Il colpo è duro, durissimo, ma Gerosa non si perde d’animo ed è certo che si riprenderà; talmente certo da tenere nascosto il licenziamento alla moglie e alla figlia. La situazione si rivela presto molto più complicata, nello specifico quando scopre che i tanti no e le tante porte chiuse non dipendono dalla crisi ma da voci, supportate da un video, che lo vogliono cocainomane all’ultimo stadio. Cacciato di casa dalla moglie, Massimo percorre a ritroso la scalata che lo aveva portato ai vertici arrivando a toccare il fondo. Ha perso tutto, anche la figlia che per salvare se stessa taglia ogni legame, gli rimane solo una cosa, il desiderio di vendicarsi…

Una storia verosimile che potrebbe essere accaduta ieri senza nemmeno finire sui giornali, perché ormai non avrebbe nulla di eccezionale. Una vicenda che spazia nel contemporaneo studiando il passato. Alessandro Bastasi racconta le tante figure sporche che popolano quotidiani e riviste, notiziari ma non solo: la sporcizia non fa distinzioni di classe o di ceto. Descrive quei personaggi che passano con indifferenza dalla dirigenza aziendale alle poltrone del Parlamento, preoccupati solo che i loro “passatempi” restino ben nascosti all’opinione pubblica, ma anche tutti quelli che formano il sottobosco, quelli che sono pronti a mettere da parte tutto per ottenere qualche vantaggio dalla vicinanza al potere. Era la Milano da bere è anche un romanzo politico nel senso più lato del termine, è una denuncia alla quale si possono dare molte interpretazioni. Il politically correct non è la cifra che userei per definire l’autore, che è spietato nel mostrare quello che vede – nella vita è un manager e questo da un’idea di quello con cui ha a che fare quotidianamente – non edulcora, non cerca giustificazioni e non ne dà. Un quadro sconfortante e drammaticamente reale nella sua banalità. Perché il male, a cui piace ammantarsi di eccezionalità, in realtà eccezionale non lo è quasi mai.



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