Era mia madre

Era mia madre
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L’atrio della Gare de Lyon a Parigi è il luogo delle partenze, dei saluti, spesso degli addii. Ma quel giorno, mentre accompagna la madre al treno, Alice non può immaginare che sarà l’ultima volta in cui la vedrà viva. È un attimo, un soffio di vento, un sorriso posato sull’immagine di un musicista di strada e la madre cade per terra, fiaccata da un aneurisma che lascia sin da subito poche speranze di salvezza. Dopo due mesi trascorsi presso l’ospedale di Parigi e grazie all’ostinata cocciutaggine del padre, la donna viene trasferita a Napoli per ricevere le cure necessarie. Alice torna così nella casa dei suoi genitori che aveva lasciato molti anni prima per recarsi a studiare a Bruxelles presso una prestigiosa accademia di danza. Quello è stato il tempo del distacco pieno di risentimento, quello che segue, nel 1994, l’arresto del padre per tangenti, il periodo in cui il sentimento di vergogna sociale affossa Alice in un oceano di aggressività e di chiusura verso i suoi genitori. La ragazza infatti non riesce a perdonare il padre per aver tradito i suoi ideali umani e politici - nonostante l’assoluzione arrivi dopo sette anni per prescrizione - così come non riesce a capire sua madre che sceglie di restargli accanto piuttosto che rimanere coerente ai suoi principi e lasciarlo. Solo grazie ad alcune lettere che la madre le scrive nei lunghi anni del loro distacco - una sorta di eredità epistolare per una “figlia che parte” - Alice arriverà a capire che le cose non sono esattamente come le aveva immaginate. La malattia diventa quindi, nella sua crudeltà, il modo per mettere a fuoco la verità, la via per comprendere che solo il tempo può insegnare la compassione e mettere ordine nel nostro passato a patto che non si abbia la presunzione di volerlo capire ad ogni costo…

Una famiglia, la sua storia, dolori e rancori come ne troviamo ovunque, scarti generazionali all’apparenza impossibili da riconciliare, una madre e una figlia che camminano lontane, nella distanza che arriva dall’incomunicabilità, dall’orgoglio che si fa cieco, dall’impotenza di dover accettare le scelte degli altri. Sopra tutto questo Napoli, il caldo afoso di un autunno che resta estate, i vicoli, la memoria, le parole dei vecchi, il tempo in cui si torna a spolpare quello che rimane di ciò che si è vissuto senza mai veramente esserne parte. Alice è una giovane donna che ha imparato a cavarsela da sola, che ha seguito l’ostinato richiamo di un sogno, quello di diventare una ballerina, un’artista, l’antitesi di quel che forse i suoi genitori avrebbero voluto per lei. Sua madre resta un mistero, qualcosa di incomprensibile che il dolore della malattia e poi della morte restituisce in una dimensione inaspettata. Quanto e cosa crediamo di conoscere delle nostri madri? Quanti passaggi di vita abbiamo perduto e con quale presunzione abbiamo pensato di capirne le scelte, le rinunce, la tacita rassegnazione di certi momenti? Iaia Caputo ci aiuta a penetrare nelle pieghe segrete di un rapporto infinitamente fragile ma imprescindibile, quello tra una figlia e sua madre, tra un prima e un dopo che fa della memoria l’unica cosa che resta e consola. Non è semplice per una figlia scardinare radicalmente l’idea che negli anni costruisce il concetto di genitrice, e non lo è soprattutto per Alice che si chiude nel suo rancore per gli anni lunghissimi della sua assenza. Solo la malattia, l’immobilità silenziosa di una madre ai suoi occhi difficile da avvicinare, solo la vulnerabilità di un padre costretto alla deriva da una sofferenza generata dalla sottrazione, solo la decisione ambiziosa di fare pace con un passato trasfigurato e diventato altro da sé, le daranno le chiavi per affrancarsi e rinascere. Non si può diventare sponda, ansa di contenimento per coloro che sono venuti prima di noi se non si matura la capacità di guardarli senza giudicarli. Ma ci vuole tempo, il tempo di passare attraverso le rapide riottose di una giovinezza intransigente e cattiva, il tempo di addomesticare ogni tipo di dolore, di riportarlo a sé e rappacificarlo, la capacità estrema di accogliere le cose che non possiamo cambiare. Era mia madre è un libro importante, fluido, delicato, commovente e così intensamente vissuto da rimanere cucito addosso, con una scrittura che scivola via come un torrente, più spesso come un placido fiume che riposa, una lezione di coraggiosa consapevolezza a cui sarebbe necessario non sottrarsi. Per non avere rimpianti, per avere cura dei legami che ci uniscono alle persone che amiamo, e soprattutto per preservare l’eredità di chi ci ha preceduti con l’indulgenza necessaria a rimanere spettatori di una storia che, a suo modo e a prescindere da noi, resta comunque anche la nostra.



 

 

 

 
 
 
 

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