Era una città

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Quando Eugène arriva a Detroit dalla Francia è il settembre del 2008, alla vigilia di una dei periodi più bui per l’economia americana. “La crisi dei subprimes, il crollo delle banche e la conseguente caduta dell’industria sovvenzionata dal credito” portano la città sull’orlo del baratro: i negozi chiusi, gli edifici abbandonati, le persone costrette ad abbandonare le loro case, interi quartieri svuotati e le strade ormai logore “come un tessuto che non si riesce più a rammendare”. Eugène è stato inviato in America dai suoi supervisori americani con l'obiettivo di realizzare un progetto ambizioso, la produzione dell’Integrale, un nuovo prototipo di auto capace di declinarsi in decine di modelli diversi. Ma non ci vuole un indovino per capire che la sua Impresa lo ha mandato definitivamente allo sbaraglio, i soldi scarseggiano, gli investimenti si azzerano e anche il management abbandona l’avamposto americano. Eugène non si abbatte, fedele al motto dell’Impresa “la felicità è in fondo alla strada”, cerca di lavorare per un futuro quasi impossibile e trova anche l’amore, nascosto negli occhi magici di Candice, una cameriera del bar dove si reca spesso per bere un bicchiere. Nel frattempo, in città la gente comincia a sparire per effetto della crisi, ma il problema riguarda soprattutto i ragazzini, sono infatti centinaia gli adolescenti che si volatilizzano nel giro di poche settimane senza che nessuno se ne preoccupi. Il tenente Brown, veterano delle forze di polizia di Detroit, indaga e accumula decine di fascicoli che lo portano pian piano ad identificare come maggior responsabile di questo esodo inquietante un certo Max Roberts, ex detenuto e capo di una gang di bambini assoldati per lo spaccio di droga. Ed è proprio nelle grinfie di Max che cade anche l’undicenne Charlie che con i suoi due amici decide di lasciare la casa in cui vive con la amatissima nonna Georgia per tentare una fuga innocente di cui non è nemmeno in grado di calcolare le conseguenze. La situazione precipita, Charlie si trova invischiato in un meccanismo più grande di lui ma grazie all’amore di Georgia e alla tenacia del tenente Brown gli eventi prenderanno una piega inaspettata per tutti…

Thomas Reverdy, classe 1974, è un nome che non dirà molto ai lettori italiani eppure è un autore che in Francia fa molto parlare di sé con sei romanzi all’attivo e una carriera tutta in ascesa. Era una città è il suo ultimo libro, tradotto e portato alle stampe dalle edizioni Clichy che ancora una volta dimostrano di avere un fiuto eccezionale per le opere d’oltre frontiera. Vincitrice del Premio Goncourt dei giovani e finalista del Premio Goncourt 2015, questa ultima opera dell’autore francese è un giallo originale, sorretto da una struttura solida e coerente che trae dal tessuto sociale fervida ispirazione. L’escamotage letterario è quello di raccontare della scomparsa di un bambino, Charlie e di tutto ciò che ruota intorno alle indagini per il suo ritrovamento. Ma tutti i personaggi della storia, da Eugène a Candice, senza dimenticare Georgia, il tenente Brown, Max e anche i giovani amici di Charlie sono al servizio di un’avventura che trova la giusta ispirazione negli eventi storici di quell’anno ‒ il 2008 ‒ contribuendo a tessere una trama inventata ma talmente ancorata alla realtà da sembrare quasi vera. Ogni personaggio si interseca nell’altro con una continuità straordinaria, gli eventi si manifestano, la storia entra nelle vite dei protagonisti devastandone il quotidiano in un crescendo che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina. Detroit è lo specchio di una società ammalata, definitivamente schiava del dio denaro, asservita agli interessi dei politici e dei banchieri, messa sotto scacco da un sistema scellerato e contraddittorio che finirà per rivelarsi in tutta la sua fragilità. “C’e stato il Paradiso e poi la mela, e non so chi abbia deciso di morderla per primo. C’e stato un momento in cui si è voltato le spalle a Dio. Abbiamo dovuto sognare un’auto più grossa, una casa più bella, o di non respirare più la stessa aria degli altri. È stata colpa nostra. Non individualmente, ma è successo a noi, è così”. In una lingua asciutta che mescola, con navigata capacità, cronaca e finzione, Thomas Reverdy investe i suoi personaggi dell’arduo compito di essere testimoni di un pezzo di XXI secolo doloroso e difficile che sconvolge l’America in maniera definitiva, gettando sul lastrico interi nuclei industriali e affondando le speranze e i sogni di migliaia di famiglie. L’eldorado fallisce miseramente schiacciato dalle logiche perverse di un apparato artificioso e gli uomini si ritrovano catapultati in un mondo che non riconoscono più, in una sorta di Far West in cui la sopravvivenza dell’uno coincide con la morte dell’altro. Gli scenari che vengono consegnati al lettore sono di una crudeltà ma anche di una bellezza sconvolgenti, le atmosfere da film e le suggestioni quasi fantascientifiche recano in sé i segni della fine di un’intera civiltà. Ma non c'è ombra di disperazione nel cuore di coloro che abitano questa pagine piuttosto la determinazione, la speranza, l’amore declinato in tante forme e la tenacia che è, come afferma il tenente Brown, “quello che rimane del coraggio a coloro che non hanno più l’innocenza di osare”. Perché se è vero che di quell'innocenza perduta portiamo un po' tutti i segni nel disincanto che accompagna i passi e le scelte di oggi, resta pur vero, rubando le parole impresse sulla bandiera della città di Detroit che “Speramus meliora, cineribus resurget - Speriamo in giorni migliori e che risorga dalle ceneri”. In fondo è proprio nell’imprevisto che rimane palpitante il germe di ogni futura possibilità.



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