Erano due bravi ragazzi

Erano due bravi ragazzi

Fabrizio De Julio è figlio di tanto Gianni, uno dei più importanti ortopedici del sud Italia: un ragazzo normale, come molti, mediamente incerto su come dare alla propria vita un’impostazione dotata di senso e con la propensione a scegliere cose che possano compiacere la famiglia, come ad esempio l’iscrizione alla facoltà di Medicina. Ma ricco ben oltre la media, abituato a spostarsi in auto vistose e all’idea che il lusso debba essere la regola di ogni vita decente. Andrea Imbriani, invece, quel tipo di automobile lo vede solo dall’esterno, mentre sfreccia nel traffico in competizione con taxi, pullman e pedoni. Lui si muove con i mezzi pubblici, ha un cellulare vecchio e malandato e con i suoi ventott’anni ha appena deciso che Miano – uno dei quartieri con il tasso di criminalità organizzata più alto di Napoli – ha già preso abbastanza della sua vita, ed è ora di smettere di “guardarsi la partita”, come si usa dire. Lui quella partita vuole cominciare a giocarla, sul serio; e non gli manca certo lo spirito d’iniziativa, né la determinazione. Gli mancherebbe un’altra cosa, la più difficile da trovare: un amico fidato e in gamba, disposto ad accompagnarlo lungo la strada tutta in salita, ma verso la vetta...

Erano due bravi ragazzi è un romanzo che parla di Napoli e della camorra, argomento dal trend trascinante, il cui fascino resiste all’inflazione delle rappresentazioni televisive e della tanta narrativa-reportage. Qui si tematizza in particolare l’adesione alla criminalità organizzata in quanto “scivolone”: qualcosa che avviene senza premeditazione né calcolo, in un modo semiautomatico che – a partire da una certa insoddisfazione di fondo, non ancora plasmata ma impossibile da placare – conduce a un’avanzata inarrestabile anche se consapevole. Non un modo per giustificare la scelta, al contrario: un segnale d’allarme lanciato a quanti pensano che certe cose siano sempre il frutto di opzioni deliberate e ben meditate. Se questo è il punto di forza di una narrazione che si snoda fluida per quasi quattrocento pagine, il punto debole è il linguaggio, ricco di un dialetto napoletano che gli autori si sono sforzati di avvicinare al parlato (con un risultato spesso apprezzabile) ma che non sempre si allinea alle regole dell’ortografia e della grammatica. Peccato veniale da parte dei due autori, entrambi non napoletani (romano Scalia, pugliese Giuramento), cui si può quindi perdonare qualche dettaglio di poco conto (come l’errore nell’indicazione del nome del quartiere San Carlo all’Arena); ma che mette in evidenza, se non proprio una totale abdicazione, quantomeno una certa leggerezza dell’editing.

LEGGI L’INTERVISTA A EMILIANO SCALIA E MATTIA GIURAMENTO

 

 

 

 
 
 
 

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