Erano solo ragazzi in cammino

Valentino Achak Deng, un giovane profugo sudanese che vive con un amico nei sobborghi di Atlanta e si arrangia con qualche lavoretto malpagato nella continua speranza che la situazione migliori e le vecchie speranze di cambiamento riposte nell'emigrazione negli Usa finalmente si concretizzino, viene rapinato in casa da alcuni sbandati di colore. Con un sotterfugio si introducono nel suo appartamento la formosa e spietata Tonya e il suo compagno Powder, che provvede a pestare il povero Valentino lasciandolo privo di coscienza sul pavimento. Quando rinviene, il ragazzo scopre che a sorvegliarlo c'è un bambino, Michael, che mentre butta un occhio su di lui - esanime a terra - si guarda beatamente la tv. Valentino è sconvolto: come è possibile che dei neri come lui siano così spietati nei suoi confronti, così arroganti, così disinteressati alla storia del suo popolo? Così, poco a poco, cerca di fare breccia nell'apatia di Michael raccontandogli la storia della sua infanzia in un villaggio del Sudan prima povero ma tranquillo, poi povero e investito dalla violenza della guerra civile. Michael ascolta, e Valentino racconta di come suo padre fu costretto ad abbandonare il suo emporio perché i ribelli espropriavano la sua merce, di come elicotteri govenrativi scesero dal cielo falciando la gente con raffiche di mitra, di come colonne di bambini dovettero mettersi in marcia attraverso la foresta mentre i leoni li divoravano a uno a uno...
Il Sudan - da sempre - non conosce pace. Da quando nel 1983 il Presidente Nimeiry lo ha di fatto trasformato in una Repubblica Islamica, i fuochi della guerra civile che da decenni insanguinavano il Paese sono tornati ad ardere più forti che mai, e il Sudan si è di fatto diviso in due, con il National Islamic Front (NIF) filogovernativo al nord e i ribelli del Sudanese People’s Liberation Army (SPLA) al sud. In vent'anni e poco più centinaia di migliaia di morti, carestia, fame, stupri, epidemie, biblici esodi di profughi verso i campi gestiti dalle organizzazioni internazionali e verso le nazioni vicine. Valentino Achak Deng è una figura di spicco del movimento che cerca di attirare l'attenzione del mondo industrializzato sulla tragedia del Sudan, e da anni tiene conferenze sull'argomento nella sua patria adottiva, gli Stati Uniti, e cura un sito internet molto ricco di informazioni, www.valentinoachakdeng.org. Ma per raggiungere un'audience più grande era necessario scrivere un libro. Peccato però che l'inglese scritto del giovane africano fosse troppo rozzo per una sfida tanto difficile: ecco quindi che Mary Williams, fondatrice della Lost Boys Foundation di Atlanta, che si occupa anch'essa di raccontare a un pubblico più vasto possibile l'odissea delle migliaia di bambini in fuga da soli a piedi nel 1999 dal Sudan insanguinato verso l'ignoto, ha messo in contatto Valentino con il celeberrimo scrittore Dave Eggers. A questo punto, tra e-mail chilometriche, telefonate-fiume, audio e video cassette spedite per posta e incontri di persona grazie alla collaborazione tra Deng ed Eggers (che nel 2003 si sono anche recati insieme in Sudan per visitare i luoghi del racconto) ha preso forma poco a poco una storia a metà tra reportage storico e fiction che ripercorre la storia recente di una delle nazioni africane più martoriate e sfortunate vista - attenzione - non dal calduccio di un salotto europeo, ma da chi porta cicatrici vere e profonde sul corpo, da chi ha visto la propria vita e la propria infanzia spazzate via da un conflitto fratricida. Un libro indimenticabile? Non del tutto: la persistente ambiguità tra verità e fiction (onestamente ammessa da Valentino Achak Deng sin dalla prefazione del volume) impedisce di abbandonarsi senza remore alle emozioni, che pure non mancherebbero lungo questa dolente orazione civile. Qua e là (il dialogo surreale tra il protagonista e il bambino-carceriere che fa da pretesto al racconto, ad esempio) l'approccio postmoderno tipico di Eggers fa capolino, ma per il resto opportunamente - e con una sorta di tenerezza - lo scrittore americano sembra farsi da parte con rispetto, e farsi semplicemente medium, megafono, scriba.

 

 

 
 
 
 
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