Esco a fare due passi

Esco a fare due passi
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Fuori piove. È un periodo strano, un periodo di confusione silenziosa e Nico è come anestetizzato dalla vita. A volte scoppia di sicurezza e gli sembra di essere come Tony Manero quando esce di casa e dice “Vado a farmi il mondo”. Poi, magari il giorno dopo, è l’uomo più insicuro dell’universo e si sente come Alice nel paese delle meraviglie quando mangia il fungo e passa da grande grande a essere piccola piccola. Per questo ha deciso di scrivere una lettera proprio a se stesso, che oggi compirà trentatré anni e forse ha già trovato le risposte che cercava. L’irrequietezza, la voglia di scappare, di iniziare qualcosa sono sempre stati il suo punto di forza. È sempre pieno di energia quando inizia; poi pian piano si spegne, si perde, come un libro che ha un incipit meraviglioso e promette bene, ma già al secondo capitolo si ridimensiona e diventa deludente. D’altra parte, con gli investimenti a lungo termine non è mai stato bravo: lo dimostra anche il fatto che non ha mai posseduto un salvadanaio senza il buco sotto, perché lui ha continuamente bisogno di aprire il tappo per sfilare le banconote da mille lire o anche solo per contare quanti soldi è riuscito ad accumulare. È un egocentrico per natura, lo è sempre stato, fin da piccolo. Quando andava al lago con i genitori, trascorreva tutta la giornata a fare i tuffi, ma prima di buttarsi chiamava la mamma per attirare la sua attenzione. E se, quando tornava a galla, la vedeva intenta a chiacchierare con le amiche anziché guardarlo, ci rimaneva malissimo. Come faceva la mamma a non capire che l’unica cosa che lui desiderasse veramente era avere qualcuno che guardasse i suoi tuffi e gli dicesse che era stato bravo? La sua vita sentimentale è praticamente uno zero assoluto: ha delle relazioni – o meglio delle storie – ma non ha una fidanzata e non sa amare, è immaturo. Preferisce restare solo, perché teme l’abbandono, non vuole soffrire. Ed è proprio la paura di soffrire che lo ha portato ad adottare uno strano meccanismo: quando conosce qualcuno che gli piace, cerca subito di scovarne qualche difetto, da utilizzare in caso di necessità…

Una lunga lettera scritta al se stesso del futuro nella quale Nico, dj ventottenne – un’età nella quale molto di sé dovrebbe già essere risolto – ripercorre la sua vita e le esperienze che lo hanno imprigionato in uno stato di incompletezza, in una specie di limbo che lo porta a definirsi “sono lo spicchio di me stesso”. Questo è il primo libro di Fabio Volo che ritrae, con il linguaggio diretto ed il tono colloquiale diventato poi nei lavori futuri la sua cifra stilistica, il malessere dei giovani del nuovo millennio. Giovani con mille opportunità e con la possibilità di avere il mondo in tasca ma, forse proprio per questo, spaventati, insicuri ed in perenne crisi di identità. Attraverso flussi di coscienza – a volte un po’ troppo adolescenziali – ricordi, riflessioni ed episodi spiritosi, talvolta banali ma ben raccontati e divertenti, niente viene risparmiato al lettore: musica, sesso, canne, amicizia, rapporti familiari. Questo viaggio attraverso l’universo giovanile viene narrato senza pudori, in modo esplicito, alternando ironia a spunti di riflessione e rivelando un mix di humour e larvato acume ma sempre con una notevole leggerezza di fondo. Il primo libro di Fabio Volo che, pur con qualche incaglio dovuto forse all’inesperienza dell’autore esordiente, ha venduto trecentomila copie, presenta in embrione quello che diventerà nei lavori futuri il suo punto di forza (o di demerito, per i suoi detrattori): riuscire a scrivere spaccati di vita quotidiana in maniera estremamente semplice, in modo da raggiungere il lettore, soprattutto quella categoria di lettore che non ha voglia di un approccio eccessivamente impegnativo, ma che desidera qualcosa di leggero e magari non superficiale, qualcosa che non sia necessariamente un capolavoro letterario, ma che – seppure non abbia la presunzione di fornire risposte – inneschi quantomeno il desiderio di porsi delle domande.



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