In esilio

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Simone Lenzi e sua moglie abitano a Livorno, appartengono a quella tradizione toscana fatta di voti a sinistra, buon cibo e passeggiate nelle sere estive. Quella Toscana che tutto il mondo ci invidia, insomma. Solo che Livorno non è più la stessa, ora che il sindaco è un Cinquestelle, ora il Partito è spodestato dopo decenni al comando. Simone è uno di quelli che contano, in città. Tiene una rubrica sul giornale locale, è famoso sia nella musica sia come scrittore, ha rischiato di diventare Assessore alla Cultura, se solo il Partito avesse vinto e se lui avesse accettato di starci, nel Partito. Simone è uno di quelli a cui i giornalisti di altre città telefonano per capire cosa diavolo sta succedendo. Solo che Simone non ha niente da dire. Come suo cugino L., al bancone del Bar Sport di Montaione per ennemila anni senza spiccicare parola con i clienti: solo ora Simone riesce a capire quel suo silenzio che tutti deridevano. Simone non parla perché non ha niente da dire, e quando non c’è più niente da dire, l’unico spiraglio possibile è trovare nuove cose da dire da un’altra parte. Come essere sicuri, tuttavia, che il buen ritiro in campagna, in una casa vecchia e cadente e il posto garantito in cimitero, sia davvero la scelta giusta?

La notte in cui Donald Trump fu eletto presidente, Google segnò un’impennata di ricerche sui modi più rapidi per emigrare in Canada. La notte del 4 marzo 2018, e le molte che ne sono seguite, probabile che molte persone qui in Italia abbiano formulato un’intenzione analoga: emigrare in Australia, Patagonia, Minorca, ovunque non ci siano padani e pentastellati a dirci come dobbiamo vivere. In esilio è in apparenza il pamphlet velatamente politico (ma apertamente schierato) di un radical chic che si può permettere il trasloco in campagna, libero dai vincoli di un cartellino da timbrare, figli da accontentare o genitori anziani a cui badare. Superato questo, c’è il racconto tenero e poetico di una famiglia, intere generazioni che ci hanno preceduto, che hanno costruito un sentire politico ciascuno a suo modo, e che oggi sono spazzate via da una classe dirigente che vuole rottamare le sue stesse radici. Il libro è una sorta di monito: se non tutti abbiamo la possibilità di cambiare vita, città e compagni di strada, possiamo scegliere di tenere viva la coscienza di essere le persone che siamo, e la memoria di chi lo ha reso possibile.



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