Esodo

Marzo 2011, Zarzis, Tunisia. Il mantra delle migliaia di clandestini che vogliono raggiungere Lampedusa è l’attesa. Aspettano di raggranellare la cifra – circa 1000 euro – necessaria a pagare il “passeur”, aspettano di individuare la nave “giusta”, quella che rischia meno di affondare, aspettano il mare calmo, il momento “in cui la polizia è più distratta del solito”. L’attesa è la seconda pelle del clandestino: la indossa, la usa per difendersi. Poi ci sono i “passeur”, veri e propri imprenditori: tanti uomini, tanti viaggi, tanti incassi. Per loro – che non fanno mai materialmente il viaggio e che mettono ogni volta in conto una perdita fissa, il battello che verrà sequestrato a Lampedusa e andrà quindi perso – davvero gli uomini sono tutti uguali, contano solo per lo spazio che occupano nel barcone. È un mestiere considerato nobile, non certo criminale: il regime di Ben Ali teneva sotto controllo il traffico in cambio dell’appoggio europeo, ma nel 2011 “la Tunisia appena uscita da una rivoluzione è governata da uomini senza carisma e senza autorità. Perché dovrebbero impedire (…) di tentare l’avventura, di cercare una vita migliore? Per rischiare un’altra rivoluzione?”. Il reporter italiano ha pagato un “passeur” come tutti: ma quando è giunta la notte della partenza lo scafista “giovane e magro, barbuto, sospettoso” non lo ha accettato a bordo: “Non lo voglio il sahafi, il giornalista. Ha la telecamera per fare la spia, me ne frego dei suoi soldi”. Ha fatto la traversata su un altro battello, qualche tempo dopo. E a Lampedusa ha scoperto che la barca dove doveva esserci anche lui è naufragata, trascinando sotto il mare centododici persone…

“Parti intere del mondo si svuotano di uomini, di rumori, di vita”, tornano ad essere deserto o foresta. “Intanto altri luoghi del mondo, febbrilmente, si riempiono”: una marea enorme di uomini con il cuore diviso a metà tra disperazione e speranza attraversa il Medio Oriente, l’Africa, i Balcani per arrivare nella vecchia Europa. “Ciascuno di loro è un caso, non una massa come ci ostiniamo a convertirli”: ma tutti insieme questi uomini, donne e bambini formano un popolo a sé, il popolo dei migranti, che ha perso gran parte della cultura d’origine e se n’è creata una nuova, in continuo movimento, in continua ridefinizione. Un evento epocale, un “esodo” di proporzioni bibliche, molto più grande delle agende politiche dei vari Stati, che è destinato a cambiare il mondo per sempre, che ci piaccia o meno. Per comprendere un fenomeno così vasto servono una massa enorme di informazioni e forse occorre anche attendere che la polvere si posi, che le acque si calmino, che la migrazione si compia. Intanto dà il suo piccolo grande contributo questo reportage vibrante che dalla Tunisia a Lampedusa, dal Mali al Niger fino alla Libia, dalla Siria alla Turchia, dalla Serbia all’Ungheria, da Roma a Catania, dal Marocco alla Francia racconta retroscena del fenomeno, dinamiche poco o per nulla conosciute dall’opinione pubblica occidentale. Domenico Quirico – giornalista de “La Stampa” celebre per il suo lavoro come inviato di guerra e per essere stato vittima in Siria nel 2013 di un rapimento durato cinque mesi – ci mette non solo la professionalità e il talento di chi sa raccontare il mondo a chi non può vederlo con i suoi occhi, ma ci mette anche il cuore. E allora Esodo diventa un’orazione civile, un grido di dolore, l’appello a tutti perché non si abdichi definitivamente alla nostra umanità.

 


 

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