Essere fortunati non basta

Essere fortunati non basta

Ambra e Martina sono due amiche. Di origini pugliesi, hanno vissuto e studiato a Camerino, nelle Marche. La loro amicizia è un continuo scambio di pensieri, mentre sotto ai loro piedi la terra trema, così come in altre parti del mondo. Spesso si lasciano biglietti appiccicati al frigorifero, a volte seri, a volte scherzosi. Ma è così che si vive e si cresce assieme, aspettando o desiderando, perché tale è il destino di chi oggi calpesta una terra in continuo movimento come la nostra. “Io desidero così tanto” dirà Martina “che non te lo puoi nemmeno immaginare”. Farlo, le risponderà Ambra, significa essere sulla buona strada. Francesco incontra Ambra in una sera d’estate, dopo che si erano perduti da bambini e il loro incontro è un autentico ritrovarsi. Marco e Martina, invece, sono una coppia “diversamente assortita”. Lei sempre alla ricerca di qualcosa, fosse anche una piccola battaglia personale con la società, lui più pacato e misurato, probabilmente non ancora maturo quanto lei. Antonio delle Stelle, come lo chiamano in paese, crede negli extraterrestri. È convinto di averli incontrati, li vede. A volte fa scoppiare i petardi e poi si stende a terra, fingendosi morto come dopo una sparatoria. Più spesso, le busca dai suoi compaesani, quando esagera. Walter è un ragazzo disturbato, violento. Marika ha avuto la sfortuna di infatuarsi di lui e ora giace morta, uccisa da chi credeva fosse il suo amore. A differenza di Francesco, Walter non è matto. Ma, facendo quello che ha fatto, è risultato capace di intendere e volere, colpevole quanto i suoi genitori che gli hanno dato protezione, giustificazione, amore marcio e falso…

Certi libri non hanno bisogno di trame per farsi leggere. La loro voce esce tra le righe, si sente e vibra nell’aria anche quando non lo stai leggendo. Non è questo il caso. Certi libri non hanno bisogno di espedienti per farsi amare. La loro semplicità è anche la loro forza e il messaggio arriva diretto e chiaro, squillante e cristallino. Non è questo il caso. Tutto in Essere fortunati non basta sfugge al lettore, che non riesce a coglierne mai il messaggio. Così come essere fortunati non basta, anche l’aver scritto duecento pagine in sequenza non basta. Ci sarebbe voluta una trama, una storia, ci sarebbero voluti una voce e un Io narrante a raccontarla. Invece i personaggi sembrano vagare in un limbo dai confini incerti, costretti loro malgrado a dire cose che non sembrano appartenere a nessuno. Non c’è, insomma, un filo rosso da seguire. Ma il fatto di non avere un’architettura chiara, anche se il romanzo è strutturato in capitoli, non pare voluto, e se invece lo è non è purtroppo funzionale. Anche il lettore, in sostanza, come i personaggi di cui sta leggendo, è costretto a camminare al buio, senza meta e senza scorgere un barlume all’orizzonte tanto da chiedersi, una volta arrivato alla fine, di cosa abbia trattato il romanzo. Sì, i personaggi hanno un proprio nome, una faccia, si muovono in luoghi geograficamente definiti, a volte parlano ma non c’è alcuna convinzione, le parole non hanno peso. “Leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”, recita il citato Emilio Salgari all’inizio del diciottesimo capitolo. Ecco, proprio di questo si tratta. Una volta letto questo romanzo, ci pare di aver dovuto sopportare sulle spalle il peso dei bagagli di tutti i personaggi in esso citati, valige enormi e destinate a lunghissimi viaggi che purtroppo non abbiamo potuto conoscere.



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