Essere una macchina

Essere una macchina

C’è un gruppo di persone che si identifica in una linea di pensiero, definita “trans umanesimo”, fondata sulla certezza che l’evoluzione della nostra specie debba essere guidata dalla scienza e dalla tecnologia, e che la morte possa essere debellata come fosse una malattia, unendo i nostri organismi alle macchine. Ma che significato ha questa visione in un mondo devastato da noi stessi, dalla nostra avidità, dalla nostra violenza, dalla cultura capitalistica, con i suoi "sistemi fondati sull’illusione di massa"? Non si tratta piuttosto, in questo momento storico, di uno sguardo nostalgico, più che di una precognizione futuristica, ad un’epoca dominata dal positivismo, in cui era ancora possibile illudersi sulle sorti di una umanità che avrebbe goduto di frutti del progresso in grado di alleviare le nostre quotidiane fatiche e tenerci al riparo dalle insidie dei mali fisici? Che senso può avere conservare e potenziare ad libitum intelligenza e memoria? E davvero, come hanno a più riprese sottolineato Stephen Hawking, Bill Gates ed Elon Musk, corriamo rischi seri nel seguire la strada dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, innescando la nascita e l’ascesa di una nuova stirpe dominante, dotata della capacità di autoperpetuarsi, che potrebbe soppiantarci, finendo col considerare la razza umana semplicemente superflua, se non dannosa, ed agendo di conseguenza?

I classici scenari della fantascienza più o meno distopica ‒ da Black mirror a Westworld, da Blade runner (e dal testo di Dick che l’ha ispirato) alle divagazioni asimoviane sui robot e sulle conseguenze estreme delle interpretazioni delle famose tre leggi della robotica ‒ sembrano decisamente meno fantasiosi leggendo dell’impianto a mezz’ora d’auto da Phoenix ove vengono crioconservati i corpi o le teste (a seconda della cifra stanziata) di coloro che hanno investito nell’idea che la tecnologia consentirà un giorno forse non troppo lontano di vincere la morte, e di riversare l’intero patrimonio di informazioni contenute nel proprio cervello, e forse la propria stessa coscienza, su un supporto non organico. Essere una macchina, libro d’esordio del giornalista irlandese freelance Mark O’Connell, è, come da sottotitolo, “un viaggio attraverso cyborg, utopisti, hacker e futurologi per risolvere il modesto problema della morte”: un percorso affrontato con una giusta nota di ironia, quando non di vero e proprio sarcasmo, con un approccio curioso ma permeato da una evidente chiave di lettura critica nei confronti delle fondamenta tecno-capitalistiche ed elitaristiche di visioni con connotazioni pseudo-religiose di guru come Ray Kurzweil (dal 2012 ingegnere capo presso Google) centrate su menti disincarnate e corpi sostituiti da macchine in grado di accogliere copie delle interazioni neuronali che costituiscono il nostro essere individui, e incubi di società pensate, costruite e perpetuate da intelligenze artificiali ove a noi esseri umani potrebbe non restare più alcun margine di sopravvivenza.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER