Essere vivi

Essere vivi

Caterina nasce figlia femmina in una famiglia di braccianti campani, un padre, una madre e due fratelli, una stalla come casa, un melo fiorito nel campo e un cane alla catena. Lei è la tonta, quella che non cammina, quella che non parla, conseguenze di un ritardo cognitivo e di piedi equini ereditati al momento della nascita. La sua infanzia è un tempo infinito, un buco nero e profondo in cui Caterina depone gioie semplici ma dolori più grandi che alla fine dovrà dimenticare. Succede tutto in un momento, la stalla prende fuoco, la madre riesce a portarla in salvo ma una volta rientrata in casa morirà bruciata insieme agli altri. Caterina resta orfana ma ha tra le mani un destino di adozione che la porta negli spazi profumati di lavanda che abitano l’appartamento di Graziella e Alfio, i suoi nuovi genitori, il sigillo sulla sua nuova vita. Seguono operazioni chirurgiche per cercare di riportarla a camminare, sedute dallo psicanalista per farle recuperare i ritardi dell’apprendimento, le scuole, la fatica di tenere il passo degli altri, la discriminazione per una zoppia da cui non guarirà mai. Ma Caterina è bella, ha occhi grandi e intuizione, studia, va a Parigi, diventa una montatrice, conosce Giacomo e si sposa. I giorni passano veloci e insieme ai due figli che nascono dal loro matrimonio Caterina assiste anche al vorticoso tracollo del rapporto tra il padre e la madre. Graziella lascia Alfio, annientata dal suo pessimismo e decide di andare a vivere con un artista geniale, un eccentrico pittore, Sebastiano, che la porta con sé nella sua casa in Toscana e più spesso nell’amata Grecia. È qui, in un’estate che non fa sconti e rivela pesanti verità taciute, che Caterina dovrà recarsi per riconoscere il corpo della madre, ritrovato senza vita in una camera d’albergo di Atene. Ma non sarà sola: anche Daniele, il figlio di Sebastiano infatti arriva in Grecia dall’Irlanda per lo stesso motivo. I due, come reduci scampati all’ennesima battaglia della propria esistenza, troveranno il modo per passare attraverso il loro passato e comprenderne finalmente il senso…

Si arriva alla fine di questo libro che sembra un film in un fiato, e al momento dei titoli di coda che scorrono ancora sulle immagini sfolgoranti di Capo Sounion, dietro le colonne del tempio di Poseidone, sembrano risuonare le parole di Francesco De Gregori: “e la vita Caterina, lo sai, non è facile per nessuno…”. No, non lo è quasi mai e questo Caterina lo sa. Ha cercato in ogni suo attimo di corrispondere forsennatamente al sogno che gli altri avevano per lei, guidata dai loro desideri buoni, anestetizzata nella sua capacità di scelta, amata quindi protetta nell’illusione che basti essere difesi dal dolore di ciò che ci ha preceduto per essere felici. Anche questo non è quasi mai così. La storia di Caterina è “separata in due tronconi chiusi, incomunicabili” ma le stanze della sua vita “appartengono, anche se sembra impossibile, alla stessa casa”. Non è semplice dimenticare ciò che siamo stati, nemmeno se si sa che al di là di quel muro immaginario che divide il prima e il dopo c'è qualcuno che ci ama. Caterina lo vive ogni giorno sulla sua pelle, nell’incapacità di voler bene a Graziella, a dispetto dell’amore speso dalla madre per renderla una donna realizzata. Sa che non si può decidere di amare qualcuno, che l’istinto, le inclinazioni, il nostro passato lasciano tracce indelebili e memorie incancellabili. Graziella, a suo modo, come la figlia, vive spezzata in due, con la vocazione naturale a voler cambiare le persone, i luoghi, le cose per colmare i vuoti dentro di sé, nella realtà una donna irrisolta e disperata. La stessa disperazione che rende Sebastiano un uomo complesso, affetto da un disturbo bipolare, incapace di prendersi cura di se stesso e degli altri, piuttosto devoto ad un ideale indefinito che lo porterà alla morte. I dolori che attraversano questo romanzo sono tanti, ognuno ha il suo: Alfio, abbandonato dalla moglie, si sente un uomo alla deriva; Daniele, venuto per riconoscere e raccogliere i resti del padre, è vittima dello stesso male di vivere, “un cerchio vuoto” con una quadratura apparentemente irrisolta. C’è il dolore dei reduci greci dopo la prigionia, la rassegnazione di chi torna in un paese diviso in due in cui non si riconosce, ci sono gli ideali calpestati, gli amori non compresi, le fughe da se stessi, i silenzi che allontanano. Sopra ogni cosa però resiste la forza di un disegno pensato per noi, quello stesso che incrocia le vite di Caterina e Daniele perché hanno conosciuto entrambi “la separazione e la malattia, lui l’ha tenuta accanto a sé” e lei “l’ha nascosta nascosta piena di rabbia” ogni giorno, mettendo insieme i pezzi di una vita che non si è mai sentita realmente cucita addosso. È una scrittura piena di immagini quella di Cristina Comencini - qui al suo debutto in casa Einaudi - una immensa scenografia a strapiombo su sentimenti scomodi e difficoltà di vivere. È un racconto doloroso che si arena spesso su risposte che non trova ma proprio per questo così onesto da non offrire per forza finali consolatori e assoluzioni benevole. Vincitore, tra gli altri, del Premio Pavese 2016 per la sezione narrativa, Essere vivi è un tributo al coraggio di vivere in un tempo che ovunque chiede compromessi, perché, in fondo, “la vita è un posto dove c'è tutto quello che serve per goderla”. Basta aprire buchi nella rete, uscire dai recinti, guardare lo spazio infinito e saperlo cercare.



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