Fútbol

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“El Míster”, come lo chiamavano per quella misteriosa provenienza dalla lontana Cali, dove si diceva che fosse stato prima calciatore poi allenatore, quel giorno dopo una memorabile sconfitta per tre a due – o forse era quattro a tre? – prende il ragazzo da parte e gli chiede quanto guadagna per ogni goal fatto. Il timido diciassettenne dice che gli danno cinquanta pesos e quello ribatte che ne prenderà duecento in più da oggi, ma dovrà giocare come terzino. Al ragazzo quasi crollano le gambe. Ma come terzino, se lui fa da sempre il centravanti? Ma Peregrino Fernández non sente ragioni. Prenderà il posto di quella mammoletta di Pedrazzi. Il giovane prova a farlo ragionare, cerca di spiegargli che lui in difesa non ha mai giocato ma Fernández è cocciuto come un mulo e la chiude lì. Mette così in piedi una squadra con tre difensori e lui che deve andare in avanti per rompere il gioco. Pedrazzi che è del mestiere gli dice come toccare l’avversario per sbilanciarlo e altri vari trucchi, ma oltre qualche pareggio la squadra non sembra andare. Il ragazzo è intimorito nel colpire di testa, il cambio di ruolo lo confonde e prova a spiegarlo al mister. Quello gli dice che è giovane e può sbagliare, ma se sbagliasse lui, alla sua età, sarebbe costretto a nascondersi nella foresta. Ma intanto i risultati continuano a non arrivare... È scoppiata la guerra, perciò gli ultimi due mondiali di calcio sono rimasti quelli vinti dall’Italia nel ‘34 e nel ‘38. In Argentina gli operai piemontesi ed emiliani intenti a costruire la diga di Barda del Medio erano tronfi di gloria per quel doppio successo. Con loro lavoravano anche alcuni indios Mapuches, noti per le loro arti illusionistiche, oltre che europei scappati dalla guerra. Spagnoli, polacchi, francesi, qualche inglese e naturalmente gli argentini che avanzavano verso la Tierra del Fuego. Verso aprile inattesi arrivano gli elettrotecnici del Terzo Reich, pronti per installare la prima linea telefonica dal Pacifico all’Atlantico. Insieme al cavo che inaugura l’era delle telecomunicazioni portarono con sé il primo pallone del mondo con valvola automatica, che dicono di avere inventato ad Amburgo. Lo mostrano in cantiere per suscitare l’ammirazione di tutti e lanciano la sfida. Una partita internazionale giocata contro di loro. Un ingegnere di Balvanera accetta la sfida a nome di tutta la nazione argentina e tira su in men che non si dica una squadraccia di vagabondi e ubriaconi di ritorno depressissimi dalla Cordillera delle Ande, dove erano andati per cercare l’oro. Il coraggio dell’ingegnere si rivela neanche a dirlo catastrofico e difatti i panzer passeggiano su quei relitti per sei a uno. È allora però che i tedeschi, vista la moltitudine di nazionalità presenti tra i lavoratori, lanciano l’idea. Organizzare un campionato mondiale che suggelli il loro passaggio portatore di civiltà. Nasce così il leggendario (e introvabile in qualsiasi libro di storia) Mondiale di Patagonia del 1942...

Diciannove imperdibili perle – con la prefazione di Paolo Collo ‒ questi racconti scritti da Osvaldo Soriano, giornalista e scrittore ma egli stesso calciatore. Gioielli pubblicati postumi, capaci di rapirti, di aprirti il cuore, di farti masticare il sapore della polvere dei campacci di periferia e allo stesso modo di farti vibrare d’emozione assieme ai centomila assiepati al Maracanà, di farti godere della bellezza di un gesto atletico, della rudezza di un contrasto, di quell’immensa libertà che solo un prato più o meno verde e un pallone più o meno gonfio che rotola sanno regalare. Perché Soriano come pochi ha saputo raccontare il calcio nei suoi aspetti più umani, attraverso le gesta di campioni senza tempo o derelitti senza gloria, di personaggi indimenticabili e incredibili, dai grandissimi come Maradona agli sconosciuti mister come quel Peregrino Fernández o Orlando “el Sucio”, passando per l’arbitro William Brett Cassidy, figlio del bandito Butch Cassidy, che leggenda vuole abbia arbitrato il misterioso Mondiale del ’42 in Patagonia, per arrivare a Obludio Varela, storico capitano di quell’Uruguay capace di infliggere al monumentale Brasile l’incubo del Maracanazo. Storie, leggende, luoghi, personaggi, vicende epiche e popolari, che hanno segnato con Soriano un solco indelebile nella capacità di raccontare senza retorica il calcio nella sua essenza più pura, denudato da sponsor, interessi commerciali, tatuaggi e sopracciglia ad ali di gabbiano, social e pay tv che l’hanno via via abbellito di luci e milionarie soubrette a discapito di leggendari e indimenticabili eroi.



 

 

 
 
 
 

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