Faber

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Madeleine e Basile sono solo due problematici bambini delle elementari quando nella loro vita irrompe Mehdi Faber. Appena arrivato a scuola, mette a posto i bulli che li tormentano e getta le basi di un sodalizio lungo anni. Tutto gli riesce facile: andar bene a scuola, con la sua intelligenza fuori dal comune, essere accettato (i genitori dei suoi amichetti stravedono per lui), mettere a posto le ingiustizie con trucchi da mago. Il triangolo amicale si cementa anche grazie a una semplice, borghese quotidianità: la mattina a scuola insieme, il pomeriggio a far merenda e ascoltar musica a casa di uno o dell’altro. Eppure, crescendo, diventa sempre più evidente che i semplici Maddie e Baz non potranno tener dietro all’esplosiva personalità del loro guru, che infatti comincia a frequentare assiduamente altri ragazzi (e ragazze, con dolore di Maddie) in cerca di un esercito con cui condurre la sua battaglia contro le istituzioni. Così il liceo viene occupato, la cittadina finisce su tutti i giornali e lui, Mahdi Faber, capo di questa ribellione giovanile, diventa un vero personaggio. Il fatto non è privo di conseguenze per il gruppetto di amici che infatti, poco dopo, si disperde. O almeno, è Faber che sparisce, mentre Madeleine e Basile rimangono sul posto a tentar di gestire un passato di cui non riescono a venire a capo…

Quanto possono la nostra infanzia e la nostra adolescenza sul nostro destino di adulti? Dentro a queste pagine troviamo un certo numero di possibili risposte. Da un lato, il personaggio di Baz propone un modello di adulto completamente soggiogato dal proprio passato, incapace di affrancarsi, integrare, progredire. In fondo, uno che è passato da una schiavitù all’altra. Poi c’è Maddie, un personaggio più rotondo, che subisce la fascinazione del guru ma poi, crescendo, riesce in qualche modo a costruire qualcosa per sé e da sé. Anche se, a ben guardare, anche in lei pesa una tendenza ad abbandonarsi agli eventi, a reagire piuttosto che a progettare, indirizzare. Poi c’è lui, Faber, che anche nel nome - omen sposta la bilancia tutta sul lato del decidere, dell’orientare gli eventi, perfino le vite degli altri. Una personalità carismatica e complessa, disegnata con molte sfaccettature che ce lo rendono a tratti odioso a tratti ammirevole, specie se pensiamo al leggendario epilogo dei fatti. Un po’ lento il fluire della storia, con una quantità davvero importante di momenti descrittivi che pur contribuendo a disegnare un chiaro quadro del contesto, spezzano spesso il ritmo. E un po’ triste la morale, in cui tutti sono sconfitti anche se in modo diverso (fisico, emotivo, sociale). Del resto, da adulti lo sappiamo e lo dobbiamo accettare, non si diventa tutti supereroi.



 

 

 

 
 
 
 

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