Fai sbocciare un fiore nella notte

Fai sbocciare un fiore nella notte
Charles è diventato un clochard dopo una vita borghese e “normale”. Vive a San Gregorio Armeno, nei quartieri periferici, al freddo delle notti invernali. Una sera di novembre, con un gelido e implacabile vento di tramontana che gli secca il viso e  dopo aver girovagato dalla mattina, giunge a uno spiazzo e accende un fuoco. È uno di quei momenti , “i più esaltanti del suo spirito”, in cui le sue paure scompaiono e si sente “in un mondo cosmico senza fine, senza passato né futuro”. M ci sono anche momenti orribili, in cui le nefandezze dell’essere umano hanno il sopravvento, quando il mondo esterno si fa violento e ingombrante. In quei casi egli si sente “come un cane randagio e alla mercé di tutti”, “l’anello debole della catena o, meglio,  un anello che della catena ormai non fa più parte da un po’”…
Il romanzo di Cortellessa è scritto con maestria e passione per il linguaggio letterario e a tratti arriva a vertici di poesia e poeticità che non lasciano indifferenti e che farebbero breccia anche nei cuori di chi potrebbe tacciare il libro di buonismo. È infatti la storia di un uomo che accetta di uscire dalla società e che, come in tutte le storie di non-appartenenza, induce il lettore a significative riflessioni circa il potere della società e i desideri, universali, di queste anime che, in fondo, non sono umanamente troppo distanti da chi invece ha un ruolo attivo nel mondo. Il titolo, come afferma lo stesso autore, è un messaggio di speranza: “una metafora, un messaggio di speranza per chi, come Charles, il protagonista del romanzo, ha perso tutto ciò che aveva, persino i sogni. Un bocciolo che si apre nella notte, nella bellezza dei suoi colori, rappresenta la possibilità che anche i sogni impossibili si possono avverare. Quel fiore è uno spiraglio di luce; trasmette tutta la sua energia vitale e vince su ogni squallore e su ogni paura”. Interessante anche la fonte di ispirazione, rintracciabile, sempre secondo le parole di Cortellessa, in Charles Moulin, un pittore francese, amico di Henri Matisse, che visse come un eremita in Molise nei primi anni del Novecento.

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