False piste

False piste

Davy Clancy non è un uomo di mare, anzi, sotto sotto il mare gli mette proprio paura, eppure eccolo lì, in quella bella mattina d’estate, in procinto di prendere il largo su una barca che a lui pare nient’altro che un grosso giocattolo complicato non certo adatto a un tipo come lui. Dicono tutti che quello è il giorno perfetto per stare in acqua. Non dicono che è il giorno perfetto per uscire in barca o per spiegare le vele. No: il giorno perfetto per stare in acqua, come se sia una sorta di loro motto o qualche cosa del genere. E sono tutti così allegri e dinamici; i loro sorrisi compiaciuti gli mettono i brividi, in realtà. Diversamente da lui, quegli uomini raggrinziti dal vento con i berretti a visiera, i calzoncini beige e i pullover informi giocano ai vecchi lupi di mare con cognizione di causa, per non dire delle mogli cotte dal sole con le loro voci squillanti: lupe d’alto bordo, pensa, con un guizzo di cupo sarcasmo e un po’, in tutta onestà, di malcelato disgusto. Si sente fuori posto, tra quei velisti provetti e il loro aplomb ostentato; lui lo sa e lo sanno anche loro, il che li costringe a essere ancor più cordiali nei suoi confronti, per quanto Davy colga benissimo i loro sguardi, l’allegro disprezzo che balena nelle loro espressioni, come se fosse un ragazzino stupido da compatire. È giugno e, nonostante la prima settimana di vacanza abbia piovuto tutti i giorni, la mattinata è limpida e calda, senza un alito di vento. I Clancy e i Delahaye sono legati da tempo immemorabile. Samuel Delahaye e Philip Clancy erano entrati in società all’inizio del secolo, trasportando carbone dal Galles; in seguito Samuel Delahaye aveva intuito le potenzialità delle automobili e i due soci avevano aperto le prime grosse autofficine del paese, assumendo meccanici dall’Inghilterra, dalla Francia, dall’Italia. Gli affari erano decollati…

John Banville, scrittore e giornalista irlandese di chiara fama, è autore prolifico e di grande valore, tanto da aver conquistato anche il Booker Prize, uno dei più importanti riconoscimenti letterari a livello mondiale. Ha scritto molte opere, anche con lo pseudonimo di Benjamin Black. False piste è il quinto romanzo nel quale torna come protagonista il collaboratore dell’ispettore Hackett, che sovente si trova costretto a dipanare matasse piuttosto intricate in quel di Dublino (nella fattispecie, in questo caso, nell’alta società), ovvero l’anatomopatologo Quirke. Che è un personaggio molto ben caratterizzato, ironico, non retorico né convenzionale, arguto, classico e insieme originale, moderno, innovativo. Come è del resto il romanzo di Banville: se l’impianto, come quasi sempre nel caso dei gialli e in definitiva dei romanzi di genere, qualunque esso sia, appare già visto, e in linea con le caratteristiche di base che permettono del resto anche la riconoscibilità dell’opera e il suo inserimento in una determinata categoria, in realtà il romanzo non è solo solido e ben intrecciato, ma non annoia mai. È la solita storia di un mistero, in fondo, ma pare nuova, non solo perché non la si è mai letta con questi personaggi, questa specifica ambientazione e raccontata in questo modo particolare, agile e variegato, ma perché ha una leggibilità tutta sua: coinvolge e trascina, mantiene desta l’attenzione per tutta la durata, come un film girato bene. Victor Delahaye è uno degli uomini d’affari più importanti d’Irlanda, esce in barca a vela (il tempo lo consente) col giovane figlio del suo socio e si ammazza di fronte a lui. Almeno, così dice il ragazzo. Di per sé un sostrato semplice, ma in realtà la costruzione è complessa, articolata e convincente da ogni punto di vista.



 

 

 

 
 
 
 

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