Fame

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Per le strade di Christiania c’è un uomo che è roso dai morsi della fame. Vive in una soffitta senza sapere ancora per quanto tempo potrà permettersi di pagare la pigione, visto che oltre allo stomaco languono anche e soprattutto le tasche, ormai quasi completamente vuote. Coricato, con la pendola sotto di lui che suona le sei, egli si chiede se ci sarà oggi qualcosa in grado di arrecagli una qualche gioia o un qualche piacere. Ultimamente le cose stanno andando di male in peggio, e quasi tutti gli effetti personali di quell’uomo, giornalista con aspirazioni di scrittore, sono finiti al banco dei pegni, in cambio di qualche corona per permettersi uno straccio di vita, che se non sarà dignitosa, quantomeno gli consentirà di mangiare qualcosa e di poter dormire all’asciutto di una stanza modesta. Gli avvisi economici in fondo alla porta fanno sorridere ma non promettono niente di buono per lui, che non sa fare altro al di fuori che scrivere. Egli ci ha messo tutta la buona volontà di cui disponeva, ma ogni volta il tutto si risolveva in rifiuti, mezze promesse, speranze deluse e fiducia mal riposta. Per questo adesso gli manca persino il coraggio di rispondere agli annunci di lavoro, oltre a un abbigliamento dignitoso per presentarsi a qualsiasi incontro o colloquio. Compatirsi però non ha mai senso, e allora tanto vale uscire all’aria aperta, infilarsi nella tasca dei pantaloni lisi taccuino e matita, e provare a scrivere qualcosa che gli consenta di iniziare la lenta risalita verso un’esistenza normale…

Per le strade di Christiania (il vecchio nome di Oslo), una città che nessuno lascia senza portarvi dentro i segni, c’è un giovane uomo che si aggira affamato. La sua fame non è semplicemente un desiderio di arrivare o di concludere qualcosa in questa sua vita disordinata, ma è anche fame intesa come bisogno di nutrimento per un corpo che inizia a dare segni di cedimento psico-fisico. Ridotta all’osso, questa è la storia narrata dal Premio Nobel per la letteratura 1920 Knut Hamsun in questo Fame (uscito per la prima volta nel 1890), romanzo naturalista e asciutto come la bocca del suo protagonista, giornalista/scrittore/perdigiorno romantico al quale viene tolta ogni patina maudit e bohemien dagli orrori di una quotidianità vissuta all’insegna della miseria e del vorrei ma non posso. L’ autore segue con empatico distacco i passi di questo vagabondo ossessionato dall’idea di “riuscire” e di non finire dimenticato e morente nei vicoli di Christiania come un qualsiasi accattone. Nel suo vagare prima tra una pensione e l’altra e poi tra una panchina e l’altra, il lettore assiste al disfacimento di un uomo ostaggio dei propri pensieri e delle proprie aspirazioni, aspirazioni che tuttavia rimangono solo sulla carta, perché quasi ogni tentativo di mettersi a scrivere viene funestato dalle condizioni di vita precarie del nostro protagonista, il quale sempre più raramente riesce a buttare giù qualche riga degna di essere pagata con corone sonanti. E poi, anche quando ciò succede, il nostro affezionatissimo non è certo un mago nel gestire i risparmi, con quelle poche corone che vengono sistematicamente dilapidate per cercare di colmare un gap sociale impossibile da colmare. Realista fino all’estremo, Hamsun ci fa vivere le miserie di quest’uomo minuto per minuto, dalle stanze disadorne in cui vive millantando un credito inesistente, fino ai pochi oggetti rimasti in suo possesso – occhiali con montatura di ferro, una logora coperta e un mozzicone di matita – perché nessun banco dei pegni desidera tenerli, passando per una condizione fisica sempre più esasperata ed esasperante fatta di tremori, deliri e impossibilità nell’assimilare qualsiasi tipo di cibo dopo la tanta fame patita. Un capolavoro che ha influenzato tanti autori del ‘900, da John Fante a Charles Bukowski, e che mostra sotto una luce diversa la vita dell’artista senza né arte né parte, cancellando con tratto grave lo storytelling del “maledetto” e concentrandosi sui dolori, le delusioni e la follia che solo la povertà estrema e la disperazione sono in grado di dare.



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