Fantasie di stupro

Fantasie di stupro
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Christine sta attraversando il parco quando viene avvicinata da un ragazzo. Sembra disorientato e non parla bene la lingua. Chiede alcune informazioni sull’università, poi inizia a seguirla. Ovunque. Dice di essere suo amico, poi qualcosa di più. La aspetta fuori dalla mensa, fuori dal campo da tennis, alla fermata del tram, si apposta dietro i muretti, telefona a casa per il gaudio della madre che lo crede un insperato spasimante, la guarda attraverso le finestre. Non è violento, parla pochissimo. La segue e basta come un’ombra. Un incubo con la faccia pulita e il sorriso angelico, ma Christine ha paura…Louise non accetta favori; ha le sue convinzioni e sta conducendo uno strano studio sulla città in cui c’entrano i flussi, le vibrazioni, cose che devono quadrare. E un bambino. A dire il vero, ha anche delle manie che la rendono insicura e sospettosa. E’ una persona fragile, ha qualcosa che non va e Morrison non se ne rende subito conto. E’ diviso tra un sentimento delicato e la pura attrazione sessuale. Così combattuto ed ebete da non essere capace di evitarle la violenza e che quella fragilità si rompa all’improvviso e irrimediabilmente… Una coppia va in visita alla tomba di un poeta famoso. La loro relazione è ad un punto morto e la spoglia cittadina che ospita la tomba sembra essere la cornice ideale per recidere gli ultimi sfilacci di una relazione che è rimasta ormai senza parole, senza argomenti, con carezze ruvide e forzate che fanno più male che bene, con l’amore che è solo un atto dovuto all’abitudine. Non riescono a parlarsi senza rinnovare la delusione, non trovano più nulla che li accomuni, né la visita al castello, né la stanza dell’affittacamere che trovano per puro caso; né il prato verde vicino alla tomba del poeta su cui si sdraiano tentando effusioni stanche e distanti. Nemmeno la meta del viaggio pensato e fatto insieme. Nemmeno quella…E tu, hai mai avuto una fantasia di stupro? Chrissy gela così le sue colleghe, con questa domanda sconcertante. Darlene, Sondra, Greta si agitano scandalizzate sulle sedie mentre fanno una mano di bridge, ma sotto sotto, tra il disagio e l’imbarazzo, ci pensano. Sotto la doccia, nel sonno, in un vicolo buio. Scene topiche, drammatiche. Niente che vi faccia ridere, su cui ironizzare? Sì, lo stupratore che entra dalla finestra mentre tu sei a casa ammalata e lui anche, col raffreddore che gli arrotonda le T e le trasforma in D. E tu che gli chiedi che per favore può passare un altro momento, viste le circostanze? E intanto gli passi non so, un fazzolettino per soffiarsi il naso o una pasticca per la gola, un tappino di sciroppo per sciogliere il muco. E poi si comincia a parlare del più e del meno, della propria vita e del perché, perché io dovrei essere la stuprata e tu lo stupratore…Mrs Burridge aspetta la fine. Ammassa riserve, prepara conserve; per essere pronta individua anche il posto in cui il marito custodisce la doppietta. Guarda l’orizzonte, si aspetta una specie di Apocalisse nella quale si alzeranno colonne di fumo, i cani smetteranno di abbaiare, orde di vagabondi vagheranno per fare razzie. Aspetta questo Mrs Burridge e si organizza, senza dire nulla, per non farsi dare della pazza. E quando le sembra che il tempo sia giunto, chiude in un fazzoletto poche provviste, si mette la doppietta in spalla e si incammina dentro il bosco…

Donne. A loro appartiene l’arido universo narrato in questi racconti, questo mondo in cui ci sono senza esserci, in cui parlano a se stesse, chiuse dentro un bozzolo. Protagoniste delle storie, ma apparentemente figure marginali, viste in trasparenza, fragili nel loro involucro di cartapesta. Senza atti di eroismo, né proteste a viva voce queste donne così interiormente e psicologicamente complesse disegnano una cartografia di solitudine, di sensibilità esasperata, di un codice linguistico ed emotivo che non riesce ad accordarsi all’altra metà del cielo. Sono tutte storie complesse, di una profondità simbolica abissale e stratificata. Senza orpelli, né arguzie stilistiche ci raccontano di una dicotomia inconciliabile. Il mondo dei maschi è una galassia ottusa, distante, un’ala strappata da un corpo perfetto. Una cateratta che trasforma la miopia in cecità, l’addio in abbandono, la richiesta di aiuto in messaggio perduto. Quel silenzio e quell’indifferenza che viene dalla loro miopia, dall’indolenza, dalla superficialità, è il vero atto di violenza quotidianamente compiuto e ricomposto, perpetrato e celebrato dal considerare la loro vita e i loro bisogni primari tutto quello che c’è da sapere e di cui curarsi nel mondo. La Atwood è legnosa nel comunicarci tutto questo, non smussa alcun angolo e allo stesso tempo non issa bandiere di stucchevoli ideologie della contrapposizione. Non è un manifesto femminista che ci propone, ma storie in cui rintracciare una comune lingua esperienziale, esistenziale. Senza concederci il ristoro di alcun punto di riferimento, giocando con una distopia sfumata (Quando succederà, Articolo di viaggio), provocandoci con scandalo sul terreno degli argomenti scabrosi (Fantasie di stupro), pungendoci sul macroargomento della moralità (Polarità, Ballerine, Allenamento), compone storie abrasive e urticanti come limatura di ruggine. E’ disturbante la precisione scarna di fronzoli con cui rende l'oggettività dello squallore, la gratuità della meschinità, un cielo perennemente plumbeo che livella la policromia del mondo ad una sterile scala di grigi. Ogni racconto ha gli stessi colori, la stessa sconfinata desolazione di un quadro di Edward Hopper e quel senso di freddo e di distacco che si spiegano solo con uno stato intimo di abbandono o di rassegnazione. Con la secchezza squamosa delle screpolature, quel cedimento di pelle morta, sembra che dica: metti da parte confetti e nastrini. Qui non c'è più di quello che vedi.



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