Fantasmi vesuviani

Fantasmi vesuviani
Napoli dall’inizio degli anni sessanta fino alla fine degli anni ottanta in una serie di ritratti sapientemente composti che hanno come protagonisti alcuni dei nomi più importanti nel campo dell’arte, dell’editoria e della letteratura, intellettuali che hanno contribuito a rendere grande una delle città più belle e complesse del paese. Si comincia con Lucio Amelio, poliglotta gallerista che nel 1980 si recò a New York nella famosa Factory  di Andy Warhol, per portare in Italia il re della pop art e farlo incontrare con l’artista tedesco Joseph Beuys. I locali di Soho, Tribeca e del Village fanno da sfondo alla preparazione di una delle mostre più importanti organizzate a Napoli, con una folla mai vista in piazza dei Martiri. Dalla Napoli internazionale e glamour, Felice Piemontese passa poi a tratteggiarci il gruppo dei cosiddetti “scrittori napoletani”, autori che, in realtà, al di là di certe facili definizioni critiche, erano diversissimi fra loro, per poetica e stile di vita. Da Luigi Incoronato a Mario Pomilio, Michele Prisco e Domenico Rea, da Anna Maria Ortese a Raffaele La Capria e Fabrizia Ramondino (di cui leggiamo un commovente ritratto). Anche a Napoli, come ci ricorda Piemontese, negli anni sessanta era molto sentito il dibattito fra il neorealismo e la neo-avanguardia, in particolare non passò inosservata l’entrata in scena del Gruppo 63, con il quale lo stesso Piemontese entrò in contatto. Il dibattito fra “conservatori” e “innovatori” era fortissimo anche in seno al Partito comunista, organo al cui interno Piemontese militava come giornalista della redazione napoletana de l’Unità. Benché fin da subito attratto dalla letteratura, specie quella novecentesca, la formazione di Piemontese è stata decisamente anti accademica (fu espulso dal liceo per motivi politici e non frequentò l’università); tuttavia ebbe modo di assistere alle lezioni di Giancarlo Mazzacurati, probabilmente perché anche quel professore amava a sua volta gli irregolari come Pirandello, Svevo, Joyce e Musil…
Nonostante la sua formazione da autodidatta (o forse proprio grazie ad essa) Piemontese è stato un indiscusso animatore della vita culturale napoletana, non solo come giornalista ma anche come editore, insieme a Giuseppe Recchia della “Shakespeare & Company”, casa editrice che arrivò a pubblicare circa quattrocento libri. Piemontese fu inoltre collaboratore di un premio letterario importante come il “Libro dell’anno”, e organizzatore di incontri presso la celebre “saletta rossa”, uno dei luoghi più frequentati della città e che contribuì senz’altro a dare a Napoli un’aria internazionale, grazie alla presenza di personaggi come Moravia, Ungaretti, Barthes, Kerouac (che arrivò completamente ubriaco e scatenò una rissa), Ginsberg, Simenon, Eco e Sanguineti. E poi, oltre agli incontri, le mostre d’arte, dove fa la sua comparsa un giovane e già attivissimo Achille Bonito Oliva che divenne nel giro di pochi anni “uno dei più rumorosi rappresentanti della cultura-spettacolo, della critica subordinata al mercato.” Una carrellata di storie e personaggi che fanno somigliare la città partenopea a volte alla scena underground di New York, altre volte a una fatalista e rassegnata metropoli sudamericana. Seguendo ricordi lucidissimi e mai nostalgici, a volte anzi impreziositi da venature di disincantato realismo (merce rara nei libri di memorie), Felice Piemontese ci tratteggia una stagione gloriosa in cui esistevano ancora uomini e donne che – ben lontani dall’idea di organizzare “eventi” (termine pomposo e vacuo di cui oggi si abusa) – si impegnavano per promuovere l’arte e la cultura e farla circolare fin dentro le pieghe più profonde del tessuto urbano. I Fantasmi Vesuviani di Felice Piemontese sono anime di cui non solo Napoli, ma l’Italia intera, sente la mancanza.

 

 

 

 
 
 
 
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