Faremo foresta

Faremo foresta

Il giorno del disastro a Milano si respira l’aria afosa e impossibile di un’estate povera di pioggia e di cieli leggeri. Quel giorno il destino trova il modo di compiersi per molti: Anna deve prendere atto della fine del più grande amore della sua vita, pensare a come dirlo a suo figlio Nico, di soli quattro anni, prepararsi a cambiare casa e punti di riferimento. Maria, un’amica di sua sorella Diana e assistente di sua madre, è colpita da un aneurisma cerebrale ed è trasportata d’urgenza in ospedale dove viene operata e salvata. Poco prima dell’alba un terribile incidente in moto vede coinvolto Alessandro, fidanzato di Diana, che versa in condizioni disperate con traumi multipli e un destino appeso a un filo. Anna, annientata dalla fine del suo matrimonio, sembra perdere la strada e nel deserto che la circonda vive la precarietà e la fragilità di giorni al limite. Ma poi piano piano le cose cominciano a cambiare: Maria esce dall’ospedale e riprende con fatica la vita di sempre, le due cominciano a frequentarsi spesso e Maria offre ad Anna il suo aiuto per prendersi cura delle piante del suo terrazzo. La loro amicizia è un balsamo prezioso per entrambe che riempie le giornate e fa crescere nel tempo un rapporto destinato a durare nel tempo. Il terrazzo dal niente si riempie di virgulti generosi e bisognosi di cura, la natura regala e insegna nuove regole, obbliga a guardare in altre direzioni e pianta radici laddove la disillusione aveva lasciato solo il vuoto di fragili speranze. Nel frattempo anche Alessandro sembra migliorare; Teo, il fratello di Anna, si sposa; Nico supera il trauma della separazione dei suoi genitori e nuovi amori nascono alla luce di stagioni che passano veloci. La madre di Anna, forse ancora incapace di accettare che il marito si sia rifatto una nuova vita e sia anche in attesa di un bambino dalla giovane compagna, si trasferisce a Mumbai. Anna si trova quindi a fare i conti in breve tempo con una realtà che non immaginava, prova ad affrancarsi da un passato ingombrante, cerca la giusta distanza per dimenticare il dolore e si innamora. Nel suo peregrinare tra Milano e Londra dove vive il suo compagno, la donna proverà a riappropriarsi di nuove certezze e grazie all’aiuto di un’atipica cartomante che le appare spesso ai confini tra sogno e realtà, riuscirà a trovare finalmente un senso e a continuare a crescere forte come la sua foresta in città…

Quello che incanta da subito è il titolo così come la copertina: alberi in ordine sparso, una donna ed un bambino che si abbracciano, un’altra donna che guarda l’orizzonte lontano e una promessa che sa di futuro e di comunione di anime. Perché questa è sì una storia che parla dell’amicizia tra Anna e Maria, ma è anche tante altre cose: il racconto accorato (per molti versi autobiografico) di un piccolo microcosmo in cammino che racchiude malattie, separazioni, nascite, crescita e affrancamento. Una famiglia è in fondo un po’ così, come una foresta, “una vasta zona non antropizzata dove la vegetazione naturale cresce e si diffonde spontaneamente”, un ecosistema complesso che si moltiplica e si diversifica nel tempo. “Niente di male può venire da altri semi e da altri fiori, la foresta può continuare a crescere. […] Pianteremo nuove piante insieme a ciuffi d’erba, roba che si muova, che sia selvaggia e forte e che vada veloce. Che ci nasconda e ci protegga”. I dolori, la fine del matrimonio di Anna, la malattia di Maria, l’incidente di Alessandro aprono comunque varchi a nuovi desideri, neonati sogni di felicità che sedimentano anche in mezzo all’arsura della più arida delle estati. Alla fine, anche la somma di tutti i disastri diventa comunque un’occasione di rinascita in un contesto piagato dalla crisi, dall’impoverimento e dalla lontananza, in cui appare comunque obbligatorio “ridefinire” i concetti di famiglia, di casa e del domani. Ilaria Bernardini, nata nel 1977, autrice di diversi romanzi, nonché sceneggiatrice per programmi televisivi e redattrice per autorevoli settimanali di costume, ci racconta una storia il cui punto di partenza è senza dubbio un’esperienza personale ma che trascende dal memoir tout court. È una lezione profondissima di vita questa sua, un’opera di rieducazione che segue i tempi e le leggi della natura, insegnando i valori dell’attesa, della cura e della speranza. Si può essere vicini pur essendo distanti e vivere altri amori, approdando su nuove sponde senza la paura di ferirsi. Si può cominciare a costruire corridoi a cielo aperto “da una casa all’altra, da una famiglia all’altra. Un canale che funziona e dove non ci si fa male”. Esiste un modo, a volte imperfetto, di continuare a volersi bene nonostante tutto, “la vita, insomma, funziona anche coi vuoti d’aria e il cambiamento climatico e quindi con gli scossoni dell’universo. […] Il filo è teso e l’assetto è precario, abbiamo tantissimi piedi, tantissimi zampe ma in qualche modo non ci siamo mai persi”. Trovare il proprio posto nel mondo alle volte è un gioco d’equilibrio, significa ripartire dagli avanzi di una potatura, credere che dagli scarti possa nascere una pianta, un fiore, un destino agganciato al sogno e al bisogno di domani. Vuol dire ridefinire il proprio habitat e lasciare andare, abbandonando zavorra, in un esercizio in cui la fortuna gioca un ruolo marginale e dove più di ogni altra cosa conta l’attenzione, lo sguardo e il nutrimento. Tolstoj scrisse che “Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radici in altri”, basterebbe solo questo per spiegare il senso e la forza di questo libro che getta ponti su un futuro magari ancora incerto ma gravido di nuove, promettenti fioriture.



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