Fate finta che io sia il diavolo

Fate finta che io sia il diavolo

Vestito di verdastro, occhi pure verdi, “molto belli, sebbene talvolta lo sguardo risulti triste” – forse aveva ragione la nonna, “con gli occhi verdi all’Inferno ti perdi” -, tono severo della voce ed esordio al primo giorno: “Fate finta che io sia il diavolo!”. Così si è presentato il professor Malennio nella loro scuola della provincia salentina. Gli altri compagni ne hanno un po’ timore ma perché hanno il terrore delle interrogazioni. A Renga W. Invece piace imparare e non è mai impreparato, eppure anche lui a volte ha “una paura strana, dal momento che dopotutto è simpatico e fa lezione in maniera piacevole”. Il professor Malennio è esperto di paleontologia, di storia antica e di altre materie affascinanti e sa tantissime cose che non conosce nessuno. Per esempio dice di sapere chi sia l’autore dell’Imitazione di Cristo, una lettura alla quale si dedicano nel tempo libero Renga W. e il suo amico Faustino, l’alunno più brillante della scuola. In verità, Malennio si adombra e anzi si arrabbia proprio ogni volta che loro due gli parlano di quel libro, “lui sostiene che sia un’opera che invita all’ignoranza e che, viceversa, sia importantissimo bruciare la vita sui libri, avere una cultura senza limiti, essere ingordi di conoscenze e insuperbirsi del proprio sapere”. Invece l’autore di quel libro – che lui dice di sapere benissimo chi è ma di non volerlo dire – “era un uomo di Chiesa, e gli ecclesiastici hanno sempre tentato di mantenere le persone nell’ignoranza per aggirarle”. I due ragazzi sono intrigati dallo strano professore ma Malennio è soprattutto interessato alla vivida intelligenza di Faustino, motivo per cui si è offerto di insegnargli fatti ignoti della Storia, fargli conoscere luoghi lontani come se facesse un giro del mondo, avviarlo alla conoscenza della grande cultura pagana. In cambio, “gli ha chiesto di tenersi in altissima considerazione e di lasciar perdere l’umiltà, che è degli ignoranti”. In quell’anno dal professor Malennio i ragazzi di quella classe, comprese la dolce Isabella e l’impertinente Clara, impareranno un sacco di cose, come la storia di Dhakir, il musulmano siriano che una mattina si è svegliato con le stigmate alle mani, o quella delle dune di sabbia mobili in Polonia; ma accadranno anche fatti misteriosi. D’altra parte ha ragione Faustino, “Ogni applicazione allo studio, in fondo, ci restituisce conoscenze parziali: oltre un certo limite non siamo in grado di procedere”…

Storico della musica, autore di drammi teatrali e di saggi, collaboratore di Rai Radio 3, insegnante di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado, Alessandro Macchia scrive un racconto lungo pieno di ironia, un po’ riflettendo col sorriso sulla ingannevole fiducia eccessiva riposta nel sapere – ma più probabilmente irridendo la presunzione e la saccenteria -, un po’ giocando con il variegato patrimonio di curiosità della cultura locale, di un sud sempre prodigo di aneddoti e vecchie storie in bilico tra Storia, leggenda e tradizione. Dice Malennio a Faustino: “Eh, Faustino, chi racconta la Storia non vaglia ogni distrazione come viceversa il Figlio di Dio. Chi racconta la Storia ha un compito più misericordioso: copre le ignominie dell’uomo e le camuffa del rispetto e dell’amore che si vuole a tutti i morti. La Storia è un esercizio di compatimento e rassegnazione”. Dal duello tra il luciferino professore e i suoi giovani studenti – meno ingenui e malleabili di quello che possa apparire e che lui stesso crede – ad uscire vincitori sono i secondi, nonostante le astuzie messe in atto dal primo e le tentazioni per vellicare il loro orgoglio e la loro vanità. Ad un parallelo livello di lettura, nel duello più sottile tra parola/conoscenza e silenzio è il secondo che vince, costringendo quindi il diavolo, “Livido. Sbigottito. Sopraffatto.”, a cedere le armi davanti alla sconfitta. Nemmeno Faustino – anzi, soprattutto lui – cede alle sue lusinghe, infrangendo anche la maledizione del suo illustre omonimo adulto, che invece l’anima al diavolo l’aveva ceduta, e somigliando piuttosto al suo omonimo goethiano quando dice: “Nulla ci è dato di sapere”. Il fascino sinistro di Malennio emerge dagli episodi che costituiscono il racconto e contenuti in alcuni scritti scolastici e privati ritrovati dal professore nei faldoni d’archivio relativi a quel “disgraziato anno”, come dice nella nota finale destinata al dirigente della scuola, aggiungendo che questa sua piccola “collezione di elaborati dei due più brillanti alunni di quella classe” è un suo “modesto contributo alla loro memoria”, per aver avvertito “il dolore per la tragedia che si abbatté” quell’anno sull’istituto e le famiglie di quei ragazzi. Definito “un apologo sul male e sul potere espiatorio del silenzio”, questo racconto è un piccolo divertissement che offre interessanti spunti di riflessione, piacevoli curiosità e un’oretta di gradevole lettura.



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