Favole fuorilegge

Favole fuorilegge

In un villaggio siberiano nel cuore della taiga, regno di Amba, vivono due amici, Ignat e Filat, molto legati tra loro. Alla fine del bosco vanno spesso a fermare i serpenti fumanti che corrono sulla strada di ferro per portar via dalla loro terra oro e pietre preziose, uccidono gli uomini malvagi che vi si nascondono e restituiscono al bosco ciò che gli appartiene. Ma per un incantesimo del padrone dell’acqua che abita nel fiume Lena, si innamorano della stessa ragazza… Sulla riva del fiume Amur abita Vasili, un uomo tranquillo che vive di caccia e di pesca prendendosi cura della sua famiglia. Un giorno sul fiume passa la nave di un ricco uomo malvagio che tratta tutti senza rispetto. Ma in Siberia vale il detto: “Nel cuore offeso si instaura l’eterno gelo” e quando Vasili va in chiesa a raccontare le sue disgrazie all’icona della Madonna accade che… Due alci si incornano a vicenda di santa ragione per contendersi dei cespugli di deliziose bacche. Una volpe pensa allora di approfittarne per saziarsene una volta morti ma, come si dice in Siberia, “Chi cerca il profitto nei conflitti trova solo la morte”… Il coltello dei briganti siberiani si chiama anche “l’artiglio della tigre” e la gente di Siberia crede che fino a quando ci saranno questi coltelli la loro terra – che “da quando Dio ha creato ogni cosa non ha e non avrà mai padroni” – sarà libera. Questo nome deriva dalla storia del cacciatore Spiridon e di Lena, la sua adorata, intelligente e buona figlia… La ragazza del cielo ‒ figlia del grande Amba creatore di ogni cosa, padrone di tutta la taiga e protettore della Siberia – punisce con la morte uno zar egoista che non conosce il suo popolo e ama solo se stesso… I cacciatori e i viandanti siberiani conoscono una stella che brilla anche nelle tempeste e indica la strada a chi si perde nel bosco. La chiamano “la figlia della Luna” e ricordano la sua storia, di quando era un’orfana maltrattata dalla matrigna…

“Ho raccolto le storie che sentivo da mio nonno e che ho ripetuto alle mie figlie pescandole dalla memoria. Mio nonno era un fuorilegge siberiano e quindi raccontava favole con valori diversi da quelli di oggi; storie che invitano ad opporsi al regime, al governo, al potere. Questa cosa mi ha sempre intrigato perché dentro ognuno di noi c’è un po’ di ribellione”. Con questa semplicità, con queste poche parole l’autore di questa piccola antologia di ventiquattro favole, alcune lunghe soltanto un paio di pagine, racconta tutto quello che basterebbe sapere. Nicolai Lilin, lo scrittore di origine siberiana ormai trapiantato in Italia, dopo aver ottenuto grandi successi con i suoi romanzi sceglie di regalarci questo scorcio di saggezza popolare della sua terra che, come presso ogni Paese, si cela nelle favole che i vecchi raccontano ai bambini, una tradizione orale che sempre bisognerebbe tutelare come bene prezioso. Come premessa è necessario sottolineare che la definizione scelta da Lilin, favola, non rientra negli schemi definiti dal Formalismo, per cui le caratteristiche che Propp attribuisce alla favola, alla fiaba e alla leggenda in queste storie si confondono e si intrecciano. Detto questo, leggere i racconti di Lilin significa ritrovarsi catapultati in un mondo bellissimo popolato da principesse e cacciatori, fiumi, animali e boschi parlanti, uomini che sanno rubare il tempo e lupi che insegnano l’onestà; significa conoscere la Siberia come luogo mitico, terreno fecondo di storie incantate ma anche spietate, dove Bene e Male assumono significati diversi da quelli ai quali siamo abituati, dove religiosità, onore, amicizia, solidarietà, dignità sono valori assoluti che si contrappongono all’ipocrisia e al potere degli zar e dei preti che sotto l’apparenza celano sempre vizi e malvagità. In questo mondo ideale – come in una favola, appunto – la natura è elemento sacro, spesso duro e primordiale ma perfetto e Dio sa chi proteggere, sa chi merita il suo amore. Le leggi di Dio non sono quelle degli uomini di potere e in Siberia gli uomini ubbidiscono soltanto alle prime. Ha detto Lilin in una intervista: “Mio nonno era solito dirmi che ci sono molte verità, ma solo quella di Dio è vera”. Ecco allora che accanto a re, poveri contadini ricchi di valori, animali parlanti, spiriti dei boschi, si erge la Madonna che prende vita da una icona e spara al malvagio. La stessa Madonna del disegno di copertina, uno dei tatuaggi disegnati dallo stesso Lilin, l’unico dice a non essere stato realizzato, che si intervallano alle favole nel libro. “La Madonna – ha detto ancora – è una figura ricorrente nella tradizione del tatuaggio siberiano e si arricchisce in base alla storia personale. Come una mappa, nella quale tracciare ogni vita”. La favola dedicata alla Madonna siberiana si conclude infatti con queste parole: “Così la Madonna armata di due pistole divenne il simbolo dei criminali onesti siberiani”. Sì, gli stessi deportati in Transnistria - Stato un tempo parte dell’Unione Sovietica ora indipendente ma non riconosciuto dalle Nazioni Unite - protagonisti di quella Educazione siberiana del 2009 che, al di là del grande successo, tante polemiche suscitò riguardo la sua credibilità. Queste favole romantiche di resistenza, disobbedienza e ribellione mai didascaliche non si concludono con una morale come siamo abituati con quelle di Fedro ed Esopo, ma piuttosto offrono la spiegazione di un fatto, di una usanza, quasi fosse una raccolta di aneddoti, ma anche “esemplificano il senso dell’amicizia, della lealtà, del sacrificio. […] Attraverso le storie che mio nonno mi raccontava ho appreso insegnamenti e regole, e ho conosciuto i valori in cui credere”. Per noi a tratti possono sembrare sorprendenti, perché “appartengono ad una cultura fuorilegge che si batteva contro la propaganda sovietica. Contengono le basi di quella filosofia segreta e di quei principi morali di una comunità che resisteva, anche con le armi, al potere sovietico”. Eppure non possiamo che rimanere incantati, come anche davanti ai disegni dei tatuaggi: di certo non abbiamo gli strumenti per interpretarli e comprenderli a pieno (favole e disegni), magari d’istinto non sempre li apprezziamo esteticamente (i disegni) ma ne intuiamo la profonda ricchezza ed è inevitabile esserne affascinati. Si tratta di due modalità espressive che differiscono nel linguaggio ma si assomigliano moltissimo, e ancora risultano illuminanti le parole dell’autore a proposito della sua attività di tatuatore (anche se in realtà dice di non appartenere a questo mondo come lo intendiamo noi) quando sostiene che il tatuaggio siberiano, che lui ha imparato a fare dall’età di otto anni, è un mondo a sé, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, certo precristiani, ed in continua evoluzione, e che con l’estetica non ha nulla a che fare quanto piuttosto con un preciso simbolismo. È un mondo sempre affascinante quello di Nicolai Lilin, tanto che alla fine importa assai poco sapere esattamente se e quanto sia reale. Godetevi la lettura di queste favole e immaginate di ascoltarle da un saggio e caro nonno; in fondo che importa se sia un ex criminale tatuato con disegni di coltelli e serpenti o un placido vecchietto incanutito che sbuffa dietro una pipa.


LEGGI L’INTERVISTA A NICOLAI LILIN

 

 

 

 
 
 
 

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