Ferito

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John Hunt è un cowboy, ma non esattamente di quei cowboy ai quali siamo abituati a pensare. Vive addestrando cavalli nel Wyoming - dopo qualche anno in cui ha allevato mucche - certo. Indossa cappello, jeans, stivali e cinturone d'ordinanza, questo sì. E' un duro, sa aggiustare tutto con le mani, è un misantropo che evita con cura i supermercati Wal-Mart della città e i fast-food, e fin qui ci siamo. Ma per esempio ha studiato a Berkeley. Per esempio tiene appesi al muro nel suo ranch un Klee e un Kandinsky originali. Per esempio sa mettere quattro parole in croce, ammesso che ne abbia voglia. Ah, e poi è nero. Hunt è vedovo da qualche anno (sua moglie è morta giovanissima dopo una caduta da cavallo) e vive con suo zio Gus, un anziano dalla pelle di cuoio e dalla battuta sempre pronta con parecchi anni di galera sul groppone per un omicidio passionale. Il loro ranch è isolatissimo, e il passatempo preferito di John è esplorare le caverne dei dintorni, spelonche nere dove a quanto pare l'uomo non ha mai messo piede. Vicine di casa l'anziana Emily e sua figlia Morgan, una cowgirl dai modi bruschi che ha chiaramente una cotta per Hunt e alla quale lui ultimamente si soprende a pensare un po' troppo spesso. Da qualche tempo il nostro cowboy atipico ha assunto un lavorante, il giovane Wallace Castlebury, un ragazzone con poco cervello che combina più guai che altro: ma nulla farebbe presagire che un bel giorno Wallace venga arrestato. E con l'accusa di omicidio, per aver sgozzato un ragazzo omosessuale dei dintorni. L'odio, la violenza e la morte stanno per fare irruzione nel mondo idilliaco e solitario di John Hunt. E non sono i benvenuti...
Il quattordicesimo - ma solo quarto a essere pubblicato in Italia - romanzo di Percival Everett è chiaramente ispirato all'efferato omicidio di Matthew Wayne Shepard, il gay poco più che ventenne massacrato a forza di botte nel 1998 a Laramie, nel Wyoming. Ma è qualcosa di più complesso di una reminiscenza di cronaca nera con coloriture sociali - sebbene queste ultime non manchino. E' piuttosto la storia di un uomo che scopre di avere da dare più di quanto non sospetti e da perdere più di quanto non voglia, di un uomo che cerca se stesso e il suo passato (il doloroso ricordo della moglie, l'allegoria 'uterina' della caverna), che tenta di alzare un argine al presente e alle sue logiche alienanti, alla cultura dei fast-food, allo spettro del razzismo e dell'omofobia. Assenti per una volta gli sperimentalismi ai quali Everett ci aveva abituato nei suoi precedenti lavori, il plot si dipana in modo lineare, complice una scrittura laconica e disincantata e un'ironia sempre vigile. Echi di Annie Proulx e Ang Lee, una venatura thriller, morale ecologista finalmente non d'accatto, un finale drammatico. Il romanzo ha vinto lo Usa PEN Literary Award nel 2006.

 

 

 

 
 
 
 
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