Fermate il Capitano Ultimo!

Fermate il Capitano Ultimo!

Sono le otto del mattino di una giornata come tante e il giornalista Pino Corrias decide di andare a trovare il suo amico colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio. I due si conoscono sin dagli anni ‘90 perché dalla cattura di Totò Riina, avvenuta nel 1993 a oggi il colonnello De Caprio, conosciuto come “Capitano Ultimo”, è stato sotto il fuoco costante di nemici e riflettori. Il palazzone dove lavora De Caprio è quello del comando carabinieri forestali e casualmente, nota Corrias, si trova due incroci dopo un’anonima sede dei servizi segreti. Il giornalista percorre due rampe di scale, saluta il piantone, oltrepassa un corridoio e in fondo trova una porta a vetri senza insegne identica ad un’uscita di emergenza. In anticamera c’è Petalo, l’alias con cui è soprannominato uno dei collaboratori più giovani del capitano Ultimo. Il giornalista apre la porta e rivede attaccati alle pareti i tanti arredi cari a De Caprio, quelli che lo seguono durante tutti gli spostamenti. C’è la fotografia del ragazzo cinese che in maniche di camicia e disarmato a Piazza Tienanmen ferma i carri armati. Ci sono le foto di Toro Seduto e del generale Carlo Alberto dalla Chiesa – due grandi sconfitti, afferma l’uomo che gli sta di fronte. In sottofondo si sente un filo di musica, è Radio Subasio. Al capitano Ultimo dal 3 settembre 2018 è stata tolta la scorta. L’ordine di revoca è stato emesso dal prefetto di Roma, dott.ssa Paola Basilone. Io ho chiesto chiarimenti, afferma De Caprio, ma il prefetto piuttosto che rispondere a me ha preferito scrivere al Comando provinciale sostenendo che per ragioni di opportunità non possono fornirmi alcun dettaglio. Insomma, è come dire che la mia sicurezza non mi riguarda. E anche se sono un colonnello dei carabinieri, cioè in teoria un suo collega di pari grado, il prefetto di Roma non ha niente da dirmi. “È lei la responsabile della mia scorta, me la toglie e non si degna di spiegarmi il motivo. Ne prendo atto. – sono abituato a obbedire – ma non mi accontento”…

In modo appassionato ed emotivamente partecipato, Pino Corrias ripercorre assieme al Capitano Ultimo venticinque anni di storia italiana. Lo fa con sguardo retrospettivo e lucido, senza alcun artificio retorico, nello stile tipico del giornalista che si trova a narrare una tragedia individuale di rilevante portata. La storia dell’eccellente investigatore interessa tutti coloro che sono appassionati non della banale cronaca, ma della storia contemporanea perché – da una prospettiva singolarissima – l’ottimo giornalista-scrittore narra dei complessi intrecci di potere che, a partire dall’arresto di Totò Riina sino all’ascesa di Matteo Renzi hanno riguardato l’impegno di uno specialissimo e geniale servitore dello Stato: il colonnello Sergio De Caprio. Lo scritto è rigoroso quanto ai dati ma non contiene un’elenco arido di fatti, tutt’altro. La lettura è autenticamente di quelle che scuotono l’animo, che lasciano sgomenti. Il motivo è semplice quanto banale: i migliori non servono al potere. In tutta la vicenda personale dell’arcinoto militare talmente appassionato e sagace da aver elaborato un metodo efficacissimo di lotta al crimine, svincolato dalle forme, seppur rispettoso della sostanza e della subalternità degli operatori al magistrato, emerge in tutta la sua tristezza la constatazione che ai mediocri alleati del potere vengono sempre tributati denari e onori mentre agli intransigenti, a coloro che attuano rigorosamente il principio di eguaglianza, spetta l’oblio, la collocazione in spazi scomodi quanto invisibili. Forse, scrive l’autore, rappresentando acutamente l’uomo in uno dei tanti passi illuminati dello scritto, “è anche colpa del carattere di De Caprio, fatto col fil di ferro dei toscani (…), capace di mettersi sull’attenti davanti alla bandiera ma restare con le mani in tasca davanti ai generali”. Ecco, anche il lettore al termine di quest’opera interessantissima si sentirà chiamato a sciogliere l’interrogativo, a interpretare coscienziosamente il “forse” utilizzato dell’autore nel senso di scegliere da che parte stare. Scegliere la fedeltà ai proprio ideali e al proprio genio caratteriale, oppure aderire al generalizzato conformismo.



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