Ferro batte ferro

Ferro batte ferro

“Ferro batte ferro e sbarra chiama sbarra”. La prima volta è successo a diciassette anni. Era il 1972, sera di paga, amici in vena di trasgredire, una macchina facile da aprire, la ricerca spasmodica dell’ultimo bicchiere, l’inseguimento della polizia, l’auto che cappotta. Alla cella e agli schiaffoni del commissariato seguono la cella del carcere di Trieste, i pugni, i muri che ti si chiudono interno e il tempo che smette di esistere, si dilata nell’attesa di chi attende un’attesa. Il carcere è un non luogo infernale, “dove all’entrata baratti la tua vita con un orologio senza lancette”, ma il reparto minorile se possibile è anche peggio. Ragazzini esaltati, con menti febbricitanti, vivono a ritmi che non accettano freni e la loro violenza è capace di vette di smodatezza che non conosce pari nei delinquenti di lungo corso. Tra loro ci sono ragazzi che hanno trascorso l’intera vita in restrizione, passando dall’orfanotrofio al collegio, al riformatorio, al carcere. Nessuno ha mai preso nota della loro esistenza al di fuori di queste istituzioni, nessuno ha dedicato loro un solo pensiero. Il carcere è un concentrato di brutalità dove le loro vite si consumano come fiamme veloci, ardono come i materassi in gommapiuma a cui i ragazzini danno fuoco per protestare contro condizioni disumane, e che si portano via tra le fiamme tre di loro, i soli che un detenuto eroe non è riuscito a salvare. Perché le guardie sono fuggite nella notte, ma, Piero, un nerboruto compagno di sventura in grado di sollevare un secchio con la sola forza dei coglioni ne ha salvati tanti prima di collassare. Ne ha salvati abbastanza da guadagnarsi un encomio e un paio di pantofole nuove. Gli unici momenti sopportabili in carcere sono le due ore d’aria, momenti in cui i ragazzi incontrano i propri idoli della mala e i propri beniamini del carcere: c’è Gigi Mitra con i racconti di trent’anni di rapine, c’è Piero che per tre sigarette mette in mostra la forza dei suoi attributi ma, soprattutto, c’è Giacomo che elargisce pillole di saggezza illustrando a un pubblico molto coinvolto la sua teoria della Cernita di Dio…

Ferro batte ferro non è solo un memoriale dell’esperienza carceraria di Pino Roveredo, ma è la summa dei suoi errori e delle circostanze che lo hanno portato a diventare un detenuto, un autore, un giornalista e infine il garante della Regione Friuli Venezia Giulia per i diritti dei detenuti. Ed è altresì un racconto corale, fatto delle memorie e storie condivise a partire dal 1972. Muovendosi nel mondo delle carceri, prima come condannato e poi come operatore sociale, è entrato a contatto con le vite degli ultimi, quelli a cui il carcere non ha regalato l’ombra di una riabilitazione, ma solo il tunnel senza fine delle recidive. Da ciascuna prigione (Udine, Trieste, Tolemzzo, Gorizia, Pordenone), Roveredo porta fuori delle storie e ce le racconta, intessute col filo nero della consapevolezza che il carcere sia oggi un’istituzione illegale. La tortura senza fine, la privazione del tempo e dello spazio, la mancanza di qualsiasi prospettiva di futuro e di riscatto dai propri errori rendono le condizioni di vita dei detenuti ancora più infernali a partire da quando la droga fa la sua comparsa nei primi anni Settanta e poi l’AIDS. L’autore di Mandami a dire, Mio padre votava Berlinguer, Mastica e sputa ci consegna una prosa lucida, viva e vibrante di terminazioni nervose scoperte, mai pietistica ma profondamente infusa di una pietas intelligente e partecipe, che gli fa riconoscere lo stato di quasi irrecuperabilità dell’istituzione carceraria italiana, nonostante piccoli e grandi erosimi delle miriadi di operatori, dei direttori che per carenza di personale si ritrovano a gestirne due, degli stessi detenuti costretti a sopportare condizioni inumane di punizione senza riscatto possibile.



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