Fiamme

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Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…

Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.



 

 

 

 
 
 
 

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