Figli della Stasi

Figli della Stasi

L’Oberleutnant Karin Müller si sveglia inspiegabilmente nel letto del suo subalterno Tilsner, solo non ricorda come ci sia finita – ma il residuo sapore di vodka un qualche indizio lo dà ‒ né cosa sia accaduto. Apparentemente nulla, visto che è vestita di tutto punto; il problema è che oltre ad essere colleghi appartenenti alla Polizia del Popolo, sono entrambi sposati. E non fra di loro. Ma non c’è tempo per capire cosa sia successo, li stanno chiamando sulla scena di un crimine, anomalo e orrendo. Una ragazzina è stata uccisa, apparentemente a fucilate, il volto mutilato per renderne impossibile l’identificazione. L’omicidio è avvenuto a ridosso del Muro, quella barriera che nel 1975 divide ancora Berlino in due. Due città, due mondi. La stranezza è che almeno ad una prima veloce analisi, la ragazzina stava fuggendo nella direzione “sbagliata”, dal’ovest verso est. Incomprensibile. Il caso dovrebbe essere di competenza della Polizia di frontiera ma inspiegabilmente oltre alla Polizia del Popolo sono presenti sulla scena anche i militari della Stasi, la polizia politica, cosa decisamente inusuale, che oltretutto interferisce pesantemente nelle indagini. Col passare delle ore e poi dei giorni, le ingerenze della Stasi si fanno sempre più pressanti, coinvolgendo pesantemente anche il marito di Muller, un insegnante che i troverà accusato di cose pesantissime…

Per quanto sia etichettato come “La prima indagine di Karin Müller”, il plot giallo è praticamente inesistente e la supposta indagine è in realtà solo una spietata fotografia di qualcosa che sembra impossibile sia potuto accadere solo una quarantina di anni fa. Fra l’altro molti dei fatti raccontati si rifanno a storie vere e documentate, per esplicita dichiarazione dell’autore. Adolescenti strappati alle famiglie e reclutati loro malgrado per diventare spie dei Servizi, non per ottenere chissà quali informazioni alla fine, ma per aumentare il potere ricattatorio, il potere fine a se stesso che contraddistingue tutte le dittature e i “capetti” di piccolo medio calibro. Nello specifico una dittatura senza un capo vero e proprio se non Il Partito, l’entità che nella visione comune avrebbe dovuto garantire il benessere e la moralità del popolo. Un popolo vessato al punto che la stessa polizia deve sottostare a ricatti e intimidazioni che interferiscono senza ritegno anche nella vita privata. Giornalista, laureato in storia moderna, l’autore ha sbagliato di poco la mira: il libro funzionerebbe se non fosse appesantito dai particolari che distraggono per la loro incredibilità (anche se, come scritto prima, sono probabilmente assolutamente veritieri). Non un romanzo facile né rilassante, ma sicuramente un esordio di un certo interesse.



 

 

 

 
 
 
 

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