Figli di carta

Figli di carta

A Biagio tutti vogliono bene, ma quando sparisce ognuno si rende conto di non saperne nulla. O quasi. Non ha mai visto il mare, non è mai salito su una macchina, ne ha paura, probabilmente non ha nemmeno la carta d’identità, ha perso il papà da piccolissimo, comincia a lavorare a quindici anni con suo zio, che fa l’imbianchino, a venti viene assunto nella mensa di un ospedale di Torino e ci rimane un quarto di secolo. Poi per festeggiare una sera va a cena nel ristorante del signor Danilo e finisce per trasferirsi a lavorare nella sua cucina. Per tre lustri. Compie sessant’anni, e aveva sempre detto che a quel punto sarebbe andato via. E infatti… Il padre costruisce ponti, ora qui, ora lì. È nato nel 1925, e ha cominciato a farlo a vent’anni. Quando si trasferisce in una città diversa lo fa con lui tutta la famiglia, la moglie, sposata nel 1950, e i cinque figli, Andrea e Simone, gemelli, del 1953, Paolo, del 1955, Vera, del 1958, e lui, nato nel 1963, a Torino. Dove dopo alcune vicissitudini tornano tutti insieme, e lui riesce a ottenere di seguire la sua inclinazione: frequenta il liceo artistico, dove si diploma nel 1982, quando il padre va in pensione. Un anno prima Vera se n’è andata di casa… Abita solo da qualche mese – è la fine di giugno del 2001 – in un alloggio piccolo ma carino al terzo piano di un palazzo in un quartiere molto tranquillo non distante né dal centro né dalla periferia, ed è preso più che altro dal suo libro: poi, d’un tratto, nota il tizio che abita al secondo piano nello stabile di fronte…

Piccoli grattacieli, Un Po così e Il libro sul balcone sono i titoli dei tre ‒ tutti diversi e originali ma accomunati da vari e significativi temi ‒ racconti, o forse sarebbe meglio dire dei tre romanzi brevi, date la compiutezza e compattezza narrativa e la solidità della prosa, asciutta e sintetica ma comunque sempre brillante, di grande efficacia e di ampio respiro, che Claudio Zangardi, con intensità, partecipazione e sincera, pare, inclinazione a donarsi intimamente al lettore, scrive. Nato a Sanremo, città che fa più volte capolino in questi testi ‒ figli di carta fatti di fogli di carta, verrebbe da sostenere ‒, nel 1963, proprio come uno dei personaggi delle sue storie, e dal 1969 a Torino, che non è semplicemente ricorrente né solo una città, un fondale, un sostrato, un riferimento, un’ambientazione o una categoria del pensiero, ma anche se non soprattutto una protagonista delle vicende, un volto su cui si riverberano sentimenti ed emozioni umane, Zangardi, con una tecnica molto cinematografica, che ricorda il montaggio di fotogrammi di linee narrative parallele ma dialoganti fra di loro, dal generale al particolare, esalta la vividezza delle situazioni. E fa procedere con dolce armonia le proprie dissertazioni che indagano in modo profondo e mai giudicante la natura umana nella sua molteplicità, in relazione con l’amore, col tempo che passa, non senza lasciare segni, e con l’altro da sé, unico antidoto alla solitudine.



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