Figlie del mare

Figlie del mare
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Di professione haenyeo, letteralmente “donne del mare”, sono quelle che tutto il giorno e tutti i giorni si tuffano e vanno in profondità per catturare pesci, polpi, molluschi e magari trovare una perla dentro un’ostrica, per rivendere poi tutto al mercato e poter vivere meglio in un periodo buio. Hana ed Emi sono destinate a diventarlo, come avviene per tradizione in famiglia e come la madre le sta preparando piano piano, passo dopo passo, perché prima di tutto devono imparare a nuotare, poi devono prendere confidenza con gli abissi e le profondità gelide, fin dove umanamente si può arrivare. Hana comincia il suo destino di haenyeo, Emi è ancora troppo piccola e aspetta sulla spiaggia il ritorno di mamma e sorella che nel frattempo, tuffo dopo tuffo, riempiono le loro sacche di pesce da portare a vendere. Ma nell’isola di Jeju, la loro isola, come in tutta la Corea, in quell'estate del 1943, non è un buon momento per le donne: i militari giapponesi portano via tutte quelle che incontrano nel loro cammino, indipendentemente dall’età, per trasformarle in “comfort women”, donne cioè destinate a soddisfare, a suon di botte, i loro porci comodi. Hana ha già sentito un sacco di storie in proposito e quel giorno, quando appena riemersa nota i militari in spiaggia, pensa subito alla sua sorellina e nuota, più veloce che può, verso la riva. Vorrebbe nascondersi insieme a lei, ma ormai i soldati l’hanno vista e la stanno chiamando. Hana fa però in modo che non vadano oltre quello scoglio dove potrebbero scorgere anche Emi. Sua sorella è salva, mentre lei, sacrificandosi, è costretta a seguirli...

Terribile la storia che la scrittrice Mary Lynn Bracht narra in questo suo libro. Americana di origine coreana, è venuta a conoscenza del destino di tante donne, per mano dei militari giapponesi, visitando il villaggio dove è nata sua madre. Da qui è partita la sua ricerca che si trova alla base di questo romanzo e che toglie il fiato per la struggente storia di queste due sorelle, separate da un destino crudele e che continuano a cercarsi, anche solo con il pensiero, perché ogni volta che provano a nascondersi dalle loro origini, queste tornano sempre prepotentemente, a volte in un sogno o, magari, con l’eco di una voce lontana. Le angherie, gli stupri, la violenza, subiti dalle donne coreane (si parla che fossero dalle 50 alle 200 mila schiave) per mano dei militari giapponesi scatenano rabbia e odio profondo, come per qualsiasi azione di violenza nei confronti delle donne. E ancora di più se si pensa che nei bordelli dove raggruppavano queste “comfort women”, dove le picchiavano, le minacciavano, le stupravano, c’erano anche ragazzine strappate alla loro vita, alle loro case, alle famiglie, soprattutto, data l’età, ai loro giochi e costrette a crescere in fretta e nel peggiore dei modi, sempre che riuscissero a crescere e non morissero dissanguate al primo assalto sessuale dei militari. Un periodo vergognoso della storia, per il quale il Giappone ha chiesto scusa. Un dominio a più riprese, quello sulla Corea, che era ricominciato a inizio Novecento, per poi inasprirsi durante la Seconda guerra mondiale. La questione delle “donne di conforto” non fu subito sollevata alla fine del conflitto mondiale, perché poi le due Coree (Nord e Sud) si fecero la guerra e passarono così altri quaranta anni.



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