Figlio di nessuno

Figlio di nessuno

Non è così infrequente che in una famiglia siano i bambini a pagare il prezzo di una situazione difficile. Dopo essere cresciuto in un contesto precario, sempre sull’orlo del precipizio, a cinque anni entri in un istituto per “figli di nessuno”. Tuo padre è un uomo violento e incapace di amare, abbandona te e i tre tuoi fratelli e rende tutto maledettamente difficile. Tua madre invece è solo una vittima degli eventi, è in balìa di quell’uomo e non merita lo stesso astio. Col senno di poi è facile dire che quello era il momento sbagliato per il doloroso allontanamento, sta di fatto che rispetto ai genitori hai sempre percepito uno scarto enorme, non eravate mai sulla stessa lunghezza d’onda. Una famiglia va curata e alimentata giorno per giorno, non basta l’anagrafe a dichiararne l’esistenza e la vitalità. A diciott’anni, quando forse sei sul punto di trovare un equilibrio, ti buttano fuori dall’istituto senza tanti complimenti, perché sei maggiorenne e il tuo percorso si è concluso. Dopo aver brancolato per qualche anno nel buio, decidi di passare dall’altra parte della barricata, di intraprendere il percorso di educatore, perché in fondo “la felicità è autentica solo quando è condivisa”, come diceva Chris McCandless (giovane americano divenuto immortale grazie al film Into the wild). La ricerca solitaria di te stesso ti fa rendere amaramente conto che sei nulla senza qualcuno che ti faccia sentire meno solo, qualcuno per cui valga la pena dare l’anima…

Ciro Brandi ha scritto Figlio di nessuno in un periodo difficile in cui però ha trovato il coraggio di aprirsi e rivelare le dolorose ferite del suo passato. Il libro è un’accorata lettera a un non meglio specificato amico a cui l’autore si rivolge. Ne viene fuori una fusione fra aspetti biografici e riflessioni personali su come affrontare e gestire il problema dei bambini abbandonati, vista l’esperienza da educatore e gli studi in Scienze della Formazione e dell’Educazione. Siamo sicuri che il sistema vada bene così com’è? Che collegi, comunità e strutture varie siano adatti ai bambini? Fatti salvi i casi in cui sono presenti gravi maltrattamenti o abusi, non sarebbe consigliabile evitare l’extrema ratio dell’allontanamento del bambino? Non andrebbero riprogettate totalmente le nostre linee di pensiero? L’appello è agli addetti ai lavori nel sociale, affinché donino il proprio tempo a chi ne ha bisogno, e alle istituzioni, che devono aumentare il loro impegno nel sostenere le famiglie. Quel che è certo è che non ci si improvvisa sociologi dall’oggi al domani, e i tentativi di avanzare proposte educative nuove restano abbozzati e senza gli sviluppi che ci si aspetterebbe. I periodi risultano involuti, confusi e dispersivi, e abbondano citazioni (troppe) mentre scarseggiano i contenuti propri. L’opera necessitava forse di ulteriore approfondimento, e Brandi non può certo essere promosso a pieni voti: anche se le idee e gli spunti di riflessione ci sono.



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