Figlio di vetro

Figlio di vetro
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Palermo, 1977. Giovanni è il figlio di Vincenzo Vetro, ha nove anni e a volte suo padre lo porta in giro per il quartiere sulla sua Centoventiquattro sgangherata, magari fino alla Pasticceria Francese, dove suo padre ha molti amici e le paste gliele danno senza pagare, chissà perché. Pure il televisore a colori, se sai da chi andare, puoi portartelo a casa gratis e il technicolor è una vera rivoluzione. Certo è una cosa strana e Giovanni non riesce a capire le regole e i meccanismi degli adulti, come non capisce il comportamento di sua madre che resta chiusa in camera, piange, soprattutto quando squilla il telefono e non vuole prendere le gocce che suo padre si è fatto dare dal dottore. Però alla televisione c’è Fonzie, che con la moto sta per saltare una fila di bidoni e chissà se ce la farà e poi ci sono Starsky e Hutch. Però suo padre è sempre più strano e c’è gente che muore sparata, persone che suo padre conosce e che anche lui ha incontrato. Sembra quasi che là fuori, in città, ci sia una specie di guerra combattuta da non si sa chi, ma di certo suo padre lo sa, anche se non vuole vedere. Dice che il male, se non lo vedi, non esiste. Perciò basta non guardare. Eppure, crescendo Giovanni comincia a farsi domande e a chiedersi cosa significhi davvero la parola “spia” e se suo padre possa esserlo, e dunque anche un traditore. Lo specchio della sua camera gli rimanda l’immagine malata di Starsky che, dopotutto, è il solo con cui riesce a parlare. Intanto Palermo diventa sempre più il territorio di una vera battaglia che culmina con la strage di Capaci. Giovanni, ormai liceale, osserva il decadimento di suo padre mentre la mafia, là fuori, ha dichiarato guerra allo Stato…

Giovanni, figlio di Vetro Vincenzo ma anche bambino di vetro, perché in delicato equilibro all’interno di una famiglia precaria. La sua prospettiva, dal basso, semplice e disincantata riesce a trasfigurare il quartiere palermitano dove vive, la pasticceria e il negozio di televisioni, trasformandolo in una sorta di telefilm realistico dove le persone somigliano a Fonzie o qualche altro personaggio televisivo. Quella di Giovanni per la cinematografia, più che una passione, sembra essere un bisogno e un’arma per contrastare le immagini di una realtà distorta. Il padre, da eroe e punto di riferimento, si trasforma in punto di domanda e poi in delusione. Le barricate invisibili sono quelle più difficili da vedere ma più facili da attraversare e la vita reale somiglia a un film di zombie. Giacomo Cacciatore, autore cinquantenne con una solida esperienza di scrittura alle spalle, ci offre una storia sulla mafia ‒ pubblicata per la prima volta nel 2007 ma ristampata nel 2016 in occasione dell’uscita del film Il bambino di vetro diretto da Federico Cruciani ‒ dentro la quale la parola “mafia” compare una sola volta a pagina 143. Eppure la sua presenza, il suo rumore serpeggia ovunque; è nell’aria, è contenuta nei dolci che Vincenzo Vetro compra alla Pasticceria Francese, si sente alla televisione, alla radio e sempre incute timore e fa paura. Eppure, la prospettiva di Giovanni riesce a calmierare la tensione, anche se la sua condizione e quella di sua madre restano amare. Il suo, è un racconto importante, di come la mafia funzioni tra le righe e agisca sottobanco, normalmente. Una lettura, a mio parere, che qualsiasi professore potrebbe consigliare ai suoi studenti.



 

 

 

 
 
 
 

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