Fima

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È un giorno d’inverno di un anno imprecisato a Gerusalemme. Fima si sveglia e cerca di prepararsi adeguatamente per andare a lavorare. Si guarda allo specchio e si trova pallido, un po’ appesantito, con delle pieghe di grasso sui fianchi; si scruta da vicino e vede l’immagine riflessa di un impiegato in canottiera e mutande per nulla fresche di bucato, con una rada peluria nera sulle gambe bianche troppo esili rispetto alla pancia, la testa canuta, le spalle cascanti. Sul petto pallido vede due penduli seni maschili tempestati qua e là da foruncoletti, uno dei quali contornato da un rossore d’infiammazione. Comincia dunque a schiacciare le pustoline utilizzando il pollice e l’indice. Lo spappolamento di quei minuscoli ascessi e lo schizzo di grasso giallastro gli provocano un lieve godimento, torbido e rabbioso. Poi si accorge che è finita la schiuma da barba e prova a radersi usando uno spesso strato di sapone normale. Suo malgrado però, il sapone, invece che profumare diffonde nell’aria lo strano odore di un’ascella sudata in una giornata particolarmente afosa. Ma Fima non può perdere tempo e continua nell’operazione di rasatura sino a provocarsi un’irritazione alle guance e, purtroppo per lui, nella fretta di concludere si dimentica pure di radersi il mento. Poi passa in cucina e prepara l’acqua per il caffè, ma prima deve concentrarsi sulle tazze sporche che si trovano sul tavolo, tirare fuori dal frigo marmellata e burro e aprire il vasetto dello yogurt. Nel compiere quest’operazione si accorge che lo yogurt ha il coperchio sollevato e che un insetto imbecille ha deciso di suicidarsi proprio lì dentro. Ma pur conscio della presenza aliena non demorde e afferra un cucchiaino per pescare la salma e consumare il resto del prezioso alimento. Non riuscendo nell’operazione si accontenta del caffè nero e constata, pur senza controllare, che il latte è diventato acido. Accende infine la radio e ascolta le notizie: il giorno prima s’è tenuta una lunga seduta del governo…

Alzi la mano chi non ha un amico o parente sfaticato e velleitario: di quelli che sbraitano dalla mattina alla sera, che vantano amicizie altolocate ma inutili, che propongono ricette esistenziali a destra e a manca per poi fallire miseramente nella rispettiva vita privata. Ecco tutto questo è rappresentato da Fima, il personaggio tratteggiato dall’indimenticabile Amos Oz nell’omonimo romanzo. Si tratta di un uomo di mezz’età, separato e coltissimo che lavora, da mezzogiorno in poi, alla reception di uno studio ginecologico, ma che, nella costante ricerca di un senso della vita, non fa altro che elucubrare strategie per portare la pace in Medio Oriente. Un personaggio irrisolto che riproduce tutti gli illustri precedenti personaggi inventati da autori della letteratura di ogni tempo. Sì perché Fima è anche Barney di Richter, è Zeno di Svevo, ma è anche grandioso e sognatore come Don Chisciotte: insomma è un personaggio inventato per dar voce a tutti gli inconcludenti del mondo, compreso l’autore, il quale, rispetto alle vicende del proprio tempo e della propria terra, si serve del pigrissimo Efraim - appunto Fima per gli amici - per rappresentare il peggio della società che lo circonda. La lettura è dunque di duplice significazione: da un canto il lettore prova affetto per lo sfaticato amicone di tutti protagonista di esilaranti situazioni, tutte innegabilmente dal sapore amaro; dall’altro comprende che le pantomime del personaggio nascondono le frecciatine che l’autore stesso rivolge ai responsabili del processo di pace, a tutt’oggi irrisolto, tra israeliani e palestinesi facendoci allargare lo sguardo su una situazione estremamente complicata rispetto alla quale la voce dello scrittore, scomparso qualche mese fa, è stata sempre netta e precisa nel senso dell’abiura verso i fanatismi e della necessità di un dialogo.



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