Finché siamo vivi

Finché siamo vivi
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Si sa poco di Bo. Quali sono le sue origini, chi sono i suoi genitori e dove sono ora, dove è nato (si sa solo che viene dal Nord). Ma, quando Hama lo vede arrivare, grande e maestoso con le sue belle spalle ampie a prendere il turno in fabbrica, non può far altro che sorridere, lasciare palpitare furiosamente il cuore e aspettarlo prima di smontare il suo, di turno. Lo aspetta solo per stare con lui per pochi attimi, per sfiorarsi con le mani, per abbracciarsi e guardarsi, senza che nessuno dei due veda altro intorno. Bo e Hama si amano, nonostante tutto e tutti. Poco importa se la Terra è allo sfacelo, se da qualche parte nel mondo si combattono guerre di cui nessuno sa niente, se la gente si aggira depressa per il paese e che la vita si divida tra casa e fabbrica, senza alcun altro svago. Bo e Hama si amano, e a loro interessa solo questo: stare insieme nel loro piccolo appartamento, vedersi qualche secondo al cambio turno, prendersi cura del cane che hanno raccattato, lasciarsi bigliettini sul letto. E non si curano delle invidie della gente, che li guarda sospettosa, ormai dimentica di cosa sia la felicità; e prestano poca attenzione alle profezie sinistre che il vecchio Melkior va diffondendo. Loro sanno che fino a che si prenderanno cura vicendevolmente, nulla di brutto potrà accadere...

Ambientato in un tempo e in un luogo imprecisati, il romanzo parla di un amore sbocciato prepotentemente anche in un contesto di guerra, depressione e paura; della pazzia e del coraggio di trovare un motivo per vivere ‒ e non solo sopravvivere ‒ in una realtà che nulla più offre. Della forza di andare avanti per la propria strada, andando incontro ad una lunga sfilza di difficoltà, ed andando contro alla diffidenza e alla malignità delle persone; senza che vi siano lieti fini scontati e banali, solo vita. Non vi è alcun buonismo in questo crudo romanzo, il cui più importante messaggio sembra essere quello riassunto dalla frase che tante volte verrà ripetuta: “Si deve sempre perdere una parte di sé perché la vita continui”. Un inno a lasciare andare il dolore, a viverlo nel momento e poi proseguire, senza rimpianti né rimorsi, accettando la vita che è un continuo rincorrersi di eventi positivi e negativi, di partenze e ritorni, di gioie e di dolori, così all′inizio e così alla fine. L’autrice francese è ormai una navigata scrittrice per ragazzi (ed adulti), già vincitrice nel 2009 del Premio Andersen per la categoria Libri oltre 12 anni, con il romanzo Le lacrime dell′assassino. E anche questo romanzo è consigliato, come riporta la sovraccoperta con la bellissima illustrazione di Hélène Durvert, a partire dai 12 anni.



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