Fine impero

Un gruppo di persone, nove uomini e cinque donne, arriva in un cimitero della periferia milanese. Sono qui "per assistere, per confortare, per testimoniare – cosa?". Si salutano tra loro con cenni cortesi, che intaccano appena il silenzio grave. Ad attenderli, un uomo, una donna e una piccola bara bianca. Dentro, c'è una bambina di soli dieci mesi. Nella testa del padre della piccola risuonano ancora le parole del neonatologo: "Alcuni la chiamano: morte in culla. Noi la chiamiamo: depressione neonatale. È inutile sentirsi in colpa". È probabilmente inutile anche parlare, e durante la breve cerimonia funebre infatti le parole sono poche. Poi, a casa, tra la coppia di ... (non esiste nella nostra lingua un aggettivo che definisca chi ha perso un figlio) l'amarezza riempie i vuoti, trabocca: i due guardano il video girato dal padre in sala parto, battibeccano, decidono di lasciarsi. Il padre va alla deriva per un po', "uomo che aveva perduto tutto senza avere niente mai": l'unica cosa che sa fare è scrivere, e qualche amico gli procura una collaborazione con la rivista "Vanity Fair". Durante una di quelle sfilate di moda milanesi in cui da inviato suo malgrado tenta disperatamente di non sembrare un pesce fuor d'acqua e non soccombere agli artigli smaltati delle colleghe specializzate, intravede, incontra, conosce una modella kazaka minorenne che lo conduce in un locale trendy. Lì c'è lo Zio, eminenza grigia del mondo dell'entertainment, deus ex machina del gossip...
Quando si è sparsa la voce che Giuseppe Genna "stava scrivendo un libro sul bunga-bunga" c'è stato chi ha iniziato a contare le ore con un senso di attesa trepidante e chi ha iniziato a ficcare proiettili in buste da lettera, leccando rabbiosamente la striscia gommata. In un primo momento sembrava avessero ragione i primi: l'uscita era prevista per Einaudi dopo pochi mesi, circolava già la copertina (brutta, peraltro). Poi le buste con i proiettili devono essere giunte a destinazione, perché la casa editrice torinese fuori e milanese dentro ha deciso di soprassedere alla pubblicazione. Sono passati altri mesi, siamo arrivati al 2013, la tempesta mediatica sulle "cene eleganti" in quel di Arcore si è un filino placata e il romanzo finalmente vede la luce, anacronisticamente quanto basta, per i tipi di Minimum Fax. È una felliniana discesa agli inferi mediata da un Virgilio che fa pensare a Lele Mora – inutile negare l'evidenza – ma con un afflato, un aplomb che ricorda piuttosto un De Michelis truccato da clown di It, o meglio ancora l'omino di burro che conduce Pinocchio nel Paese dei balocchi. Annientato da un dolore indicibile, da un lutto inelaborabile, il protagonista risale la corrente di un fiume che può essere il Congo o il Mekong (o discende? Nel finale il romanzo rivela a sorpresa una struttura circolare che rimette in discussione la apparente linearità del plot e la sua percezione da parte del lettore), fino a raggiungere un cuore di tenebra pulsante. Qui incontra un premier che ricorda più Kurtz che Berlusconi, una figura che ha del sacrale – nel senso più pagano, eleusino del termine: imperatore saggio e idiota ad un tempo, che farfuglia frasi non intelligibili alla luce azzurrina degli schermi al plasma, circondato da una fitta giungla di alberi dai quali pendono impiccati, mentre tronisti e veline si accoppiano gemendo e i falò ardono nella notte. Ancora una volta, l'orrore.

 

 

 

 
 
 
 
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