Fino a diventare uomini

Fino a diventare uomini
Un allenatore di calcio di mezza età, del quale non conosceremo il nome, ex calciatore di discreto livello, gambe storte e pancetta da buon bevitore di birra, in attesa di deporre al processo contro un suo ex pupillo, si produce - dalla Germania Est - in un monologo serrato e spontaneo, nel quale parla di sé e della sua visione del mondo, attraverso il calcio. Deluso dalla vita e in cerca di riscatto, focalizza la sue attenzioni sulla squadra, si informa su tutto quel che riguarda la vita dei suoi ragazzi, perché li ha presi da Pulcini e li ha accompagnati sino al loro primo vero campionato dilettantistico. Li ha cresciuti predicando unità e arte dell’obbedienza, virtù necessarie per vincere, perché il calcio è un gioco di squadra. Insegna loro che, giocando a calcio, sfidano i tempi, “che sono sempre stati contro di noi, sempre”. L'allenatore fa solo due nomi, Energia Börde e Heiko, la squadra e il suo capitano, alle prese con un dramma personale che può nuocere anche al gruppo: è sotto processo per l’eliminazione - durante il servizio militare - di un fuggiasco da Berlino est, poco prima della caduta del Muro. Per l’allenatore aiutare i ragazzi a crescere, fino a diventare uomini, con la squadra e per la squadra, è l’unico modo di riscattare una vita altrimenti anonima e il calcio diventa l’ultima utopia rimasta, nella disillusione del mondo globalizzato…
Con linguaggio semplice e diretto, Thomas Brussig esplora i rapporti tra calcio e vita, ponendo in risalto la centralità contemporanea del pallone. La vicenda professionale e personale del protagonista segue il cammino politico e sportivo della DDR: gli allenamenti sui campetti, il fallimento come marito e padre, il dramma personale del suo pupillo si alternano alle riunioni di partito, alla clamorosa vittoria, ai mondiali del 1974, della Germania Est sui futuri campioni dell’Ovest grazie a un gol di Sparwasser. Nel corso del monologo, l’allenatore snocciola poche granitiche certezze: ai giocatori servono disposizioni chiare e precise, perché giocare solo col cuore non basta; il calcio rappresenta e incarna il carattere nazionale; la squadra è tutto, sostituisce anche la famiglia. Discorso a parte merita quest’ultima convinzione e l’approccio sessista al calcio: per lui le donne più sono emancipate, peggio è, visto che sono solo capaci di distogliere l’attenzione dei giovani calciatori; inoltre, sono incapaci di comprendere le regole del gioco, perché “non sanno abbandonarsi all'irrazionalità dell'entusiasmo”. Dietro questo punto di vista, sembra celarsi il divorzio mal digerito dalla sua ex moglie e il conseguente affidamento a lei del figlio. Il calcio diventa allora, l’unica via di fuga, quasi una mania, di cui lo stesso protagonista sembra prendersi gioco: “Io non so cosa significa passare del tempo con la famiglia. Si fanno passeggiate? Si parla? Cose così servono solo per ammazzare il tempo, sono una farsa. Non sono minimamente paragonabili al calcio. Il calcio è unico. È da scemi ma è così”. Fino a diventare uomini è una lettura spiazzante e avvincente, in cui il calcio funge da specchio della società e da metafora dell’appiattimento culturale del modello di globalizzazione occidentale. Una realtà in cui non si distingue più, dove anche il “giustiziere” Sparwasser, acclamato dai bambini, tradisce e fugge all’Ovest poco prima dell’abbattimento del Muro, perché non c’è più prospettiva all’Est; fugge verso l’omologante società occidentale, verso un altro protagonista di quella famosa sfida del 1974, il terzino baffuto ed ex maoista Breitner, ora conservatore; allontana anche quella legittima speranza, internazionalista e antimilitarista, espressa poeticamente nell’ormai accantonato inno della DDR: “Rinati dalle rovine/e rivolti al futuro … se ci uniamo fraternamente/batteremo il nemico del popolo/Fate brillare la luce della pace/ e che mai più una madre/pianga il proprio figlio”.

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