Fiori d’agave

Fiori d’agave

Gennaro Russo ha quindici anni e quella licenza media se la deve prendere perché sta sua madre dietro la porta che aspetta e si torce le mani, se la deve prendere anche se il presidente della commissione fa lo spiritoso e dice che essere ammesso con sufficiente è un po’ poco per uno che ha fatto due volte la terza media, se la deve prendere perché lui ha studiato la guerra, le equazioni, i colori, l’apparato digerente e il Cristo Velato, se la deve prendere ma non prima di aver raccontato al presidente la Sua guerra, quella in cui è stato ammazzato suo padre e aver vomitato tutto quello che ha nello stomaco, lo deve dire perché i suoi compagni lo hanno sfidato e perché il presidente deve sapere che anche sufficiente va bene per lui, significa abbastanza, significa un passo avanti, significa che suo figlio non dovrà mai raccontare la stessa guerra... Chiara è l’anima instancabile del Centro Territoriale Mammut, è la donna che in dieci anni a forza di strusciare pavimenti, dipingere pareti, elargire consigli, sfondare muri reali e virtuali ha scongelato l’anima addormentata di un quartiere, ne ha nutrito piccoli e grandi col latte del favoloso mastodonte, a furia di fare mezzanotte, di tenere accese le luci in un quartiere dove la gente perbene si era abituata a un perenne coprifuoco, ha contagiato con la sua fantastica stranezza anime che non hanno mai rinunciato ai sogni… Pippo è un cuoco che ha lavorato dovunque, al Nord al Sud, sulle navi, poi di nuovo a Napoli, un cuoco che sogna di aprire un ristorante e si gioca puntualmente le chances di riuscirci e i risparmi di chi crede in lui al lotto, al superenalotto, ai tavoli da poker, alle macchinette, fino a ritrovarsi chiuso in uno scantinato a cucinare eroina 20 ore al giorno per pagare un debito… Speedypizza corre ma va piano su un motorino scassato che non ce la farebbe a prendere un’altra buca, fila col grembiule macchiato di pomodoro che svolazza come il mantello di un supereroe per consegnare pizze ancora calde e imbosca le mance per paura che Peppe Pasticcio gli chieda la percentuale o gliele scali dallo stipendio. Ha un glorioso passato di figlio di boss e sente le occhiate di scherno quando vola col suo scooter scassato tra i cumuli di monnezza, i vestiti Hugo Boss e i TMax, ma se ne fotte, lui ha un figlio a casa che si sta allenando per sfidarlo alla xBox… Rosario è stato seduto per sette anni accanto allo stesso compagno ma in terza media la Lucarelli decide che deve spostarsi affianco a Francesco Sollazzo, un gigante ripetente di un metro e ottanta che di hobby fa boxe e scamazza la gente di mazzate e che lui dovrà aiutare a studiare. I due passano dall’indifferenza a un sodalizio consumato tra merendine rubate e la storia di Hitler, si perderanno di vista per rincontrarsi in un carcere abruzzese popolato quasi esclusivamente da campani, riallacceranno i fili di un’amicizia che darà a Francesco l’occasione di riscatto che la vita gli aveva negato da ragazzino…

Rosario Esposito La Rossa è dovuto diventare uomo a quindici anni, quando suo cugino Antonio Landieri, diciassettenne disabile, è stato ammazzato da due ventenni strafatti di coca; è dovuto crescere quando si è trovato a combattere con le unghie e coi denti per riscattare la memoria di un ragazzo che i giornali presentavano come un pericoloso spacciatore internazionale con legami col cartello di Cali; è cresciuto girando l’Italia per raccontare suo cugino e la Scampia che resiste, promuovendo petizioni per intitolare una strada del quartiere ad Antonio, poi lo Stadio. Rosario è cresciuto viaggiando e nel farlo si è portato dietro le storie di molti, di tutti quelli che hanno lottato per sottrarre il Quartiere metro dopo metro al selvaggiume, perché Scampia è innegabilmente il risultato di quelli che l’hanno abitata, delle bande che hanno insanguinato le piazze di spaccio e dei venditori di leggings e perizomi che hanno creduto al folle sogno di spacciare cultura invece che falsi marchi di moda, degli anziani che hanno ripulito trecento metri quadri di terra per farne un giardino delle farfalle e hanno costruito panchine per darsi il tempo di aspettare che le farfalle arrivassero, del tossico che si faceva pisciare addosso dagli spacciatori ed è diventato il Signor Ferlato che accompagna il figlio nel centro sportivo all’avanguardia che è sorto dove c’erano i cessi in cui andava a farsi. Rosario Esposito La Rossa e le centinaia di persone che ringrazia alla fine del libro citandole per nome e cognome hanno creato un giardino rarissimo, fatto delle centinaia di ragazzini che lui allena, che Chiara accoglie al Mammut, che frequentano le strade e le scuole, il centro teatrale che sua moglie Lena anima; è un giardino raro ed esotico di agavi, piante che fioriscono ogni cento anni, che come i meli piantati da Aldo, vanno curate nella consapevolezza che daranno frutti in una generazione successiva, che non daranno forse gratificazioni immediate ma affonderanno radici profonde per appropriarsi del territorio. La Rossa è un autore che ha creduto nel proprio quartiere e nel potere salvifico della cultura e ha rilevato una delle case editrici più rinomate di Napoli per farne una piazza di spaccio di libri a Scampia. Quello che fa di Fiori d’agave una vera boccata d’aria fresca in un territorio soffocato tanto dai fumi tossici quanto dalla banalizzazione mediatica, è il fatto che non spaccia sottocultura di strada à la Gomorra, ma un raffinatissimo prodotto editoriale, corredato di bellissime fotografie dei ragazzini-fiori che La Rossa fa parlare senza peli sulla lingua, che, come Francesco Sollazzo, lanciano grida di aiuto che nessuno aveva ascoltato finché una casa editrice non ha dato alle loro storie un megafono talmente potente da eguagliare quelle della retorica mainstream da pay-tv con pezzotto d’ordinanza. C’è tutto l’arcobaleno dei colori che la vita può assumere nella periferia dell’universo noto: il sangue, la droga, la miseria, le bande di ragazzini e i meccanici che campano onestamente aggiustando i motorini truccati ma poi devono piegarsi al Sistema quando le bande di bambini killer cominciano a sparire. Il libro diventa un oggetto prezioso, un progetto editoriale di raffinata bellezza, nel quale i racconti sono intervallati da fotografie di bellissime facce e pagine nere con lapidarie “telefonate”, che si apre con una poesia del grande Ferdinando Russo e si chiude con una di Raffaele Viviani. Quello che, forse, manca è una sorta di geolocalizzazione, avrei voluto che l’autore corredasse questo già bellissimo libro con una sorta di mappa di Scampia che consentisse al lettore di dare concretezza geofisica ai luoghi: i viottoli e i campi da calcio, il giardino, la libreria, il teatro, le Case dei Puffi, Cianfa di Cavallo, le case Baku… Ci sono, tuttavia, molte sorprese in questa serie di racconti, che, come dice Luigi De Magistris nella sua prefazione, sono importanti perché rappresentano lo sforzo morale compiuto da persone come Rosario per migliorare la propria vita e al contempo quella degli altri. L’autore ha pensato ad una colonna sonora scaricabile attraverso un QR code che a sua volta riserva piccole, sorprendenti perle, come a voler dimostrare che Scampia è un luogo dell’anima all’altezza dei più patinati della mitologia napoletana, del quale si può avere una nostalgia feroce, come succede a Dusko, nomade che ha conservato il ricordo struggente di un solo luogo.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER