Fiori per un vagabondo

Fiori per un vagabondo
Brescia, ottobre 2014. L’ultrasettantenne galantuomo Carlo Petri è in pensione dalla magistratura e ordina un bel cesto di fiori per Grazia Bruni, commissario dirigente della Squadra mobile, ancora in congedo maternità: la bimba Carla ha ormai tre mesi e viene felicemente allattata. Per sostituire la bella neomamma il questore chiede che rimanga in servizio l’altro dirigente Salvatore Miceli, amico di Petri e quasi pensionato, sofferente di lombosciatalgia. Proprio Miceli chiama Petri per una morte che lo ha lasciato perplesso, chiedendogli di collaborare in via ufficiosa con la polizia. Hanno sparato a un barbone davanti a un bar, forse è rimasto coinvolto per caso ma alcune cose non tornano. I colpi sono stati vari, il cadavere aveva i piedi molto curati, la camicia confezionata su misura mostrava pure le iniziali cucite. Petri ha molto tempo a disposizione, fa un sopralluogo e si accorge che qualcuno ha lasciato un mazzo sul marciapiedi accanto alla macchia scura del sangue essiccato penetrato nell’asfalto. Ogni giorno un mazzo di fiori freschi raccolti sul greto del torrente sostituisce il precedente, avvolto in un foglio di giornale e tenuto insieme da un pezzo di nastro argentato. Petri vede e conosce la donna che li porta, prostituta occasionale, barbona di fatto anche lei, pazientemente ricostruisce l’identità dell’ucciso e di chi poteva avere un movente. Lui stesso lo aveva incontrato qualche anno prima per una delicata vicenda di cui era stato giudice, era stato un affidabile professionista, d’improvviso aveva cominciato a vagabondare e bere. L’indagine richiede tatto…

Lo scrittore lombardo Gianni Simoni (Brescia, 1938) ha fatto il magistrato, come Petri, per circa quarant’anni: a Brescia dal 1974 al 1985, poi alla Procura Generale di Milano, città dove vive dal 1985, ora in pensione. Si è occupato di molti grandi inchieste e processi pure “politici” (dall’omicidio di Giorgio Ambrosoli all’avvelenamento di Michele Sindona), all’inizio svolgendo indagini sulle cellule bresciane legate alle BR e a Prima Linea. Da un decennio si dedica alla scrittura (come ideale prosecuzione della lettura), concentrandosi su due serie di gialli: questo è il decimo romanzo della prima, in terza quasi fissa sull’autobiografico protagonista non credente; l’altra è ambientata a Milano con protagonista Andrea Lucchesi, ispettore dalla pelle nera (con padre toscano e madre eritrea). Poco noir, niente hard-boiled, molta cura, una scrittura piana e pacata, descrizioni davvero succinte, dialoghi scarni, qui una trama particolarmente esile e un andamento lento. Quando si mangia fuori il rosso o il bianco sono della casa, nel proprio frigorifero c’è però una bottiglia di traminer in fresco, la moglie Anna è più brava per l’aglio, olio e peperoncino.

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