Fiorire d’inverno

Fiorire d’inverno

Pochi conoscono le fragilità di Nadia. È una combattente, da sempre affronta persone e problemi di petto e non si arrende, difende i suoi punti fragili. Forse è un aspetto della sua natura che le vicende della vita hanno rinforzato, lei si fida poco degli altri, non racconta, non piange, o meglio non vuole piangere, specialmente quando si sente tradita dagli altri o dalla vita. Come quando l’allenatore di ginnastica l’aveva incoraggiata a saltare sulla trave promettendole che l’avrebbe sostenuta e poi lui non l’ha fatto e Nadia è caduta. Ha pianto. Non per il dolore fisico, ma per il tradimento e non l’ha raccontato neppure alla mamma, che ha comunque capito ed è intervenuta portandola via da quella palestra. Eppure Nadia è anche una persona molto dolce, lo tiene nascosto per paura di apparire debole, ma la sua dolcezza viene fuori dallo sguardo durante i suoi servizi per la celebre trasmissione televisiva “le Iene”, davanti alle vittime di soprusi, di violenza. Una corazza di forza e determinazione che l’ha portata a raggiungere risultati importanti e allo stesso tempo l’ha quasi convinta di essere invincibile, di essere una persona incapace di soffrire, di non avere mai paura di niente e di nessuno. Poi è arrivata lei, la malattia, che l’ha costretta a riprendere contatto con la sua parte più tenera e indifesa, che le ha ricordato che essere fragili non è una debolezza, ma è quel punto di forza che permette di scoprire ciò che proviamo, ciò che siamo nel cuore e nel corpo...

Bella, energica, piena di vita e determinata. Questa è l’immagine che si ha di Nadia Toffa durante i suoi servizi alle Iene, “una che buca lo schermo”, preparata a ogni imprevisto, che non molla perché vuole arrivare in fondo, vuole arrivare alla verità. Fiorire d’inverno. La mia storia pagina dopo pagina restituisce la stessa Toffa, non c’è commiserazione o rabbia verso il “destino” che ha colpito proprio lei. Ci sono certo dolore, paura, incredulità, ma ci sono anche gioia, determinazione e infine la scoperta, non così scontata, che aver bisogno dell’altro è una benedizione. Nadia racconta senza giri di parole e mezzi termini, come ha trasformato “la sfiga” di avere il cancro in “un dono”". E proprio questa definizione della malattia come “dono” ha scatenato incomprensioni. Sebbene dalla lettura si capisca molto bene che la scelta della parola usata da Nadia nasce dalla volontà di incoraggiare gli altri a reagire e di sottolineare quanto anche una così terribile esperienza possa diventare opportunità di cambiamento, molte persone si sono risentite, per loro è inconcepibile pensare al cancro come a una realtà che possa portare frutti positivi. “Ho sempre creduto che la vita fosse disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta”. E Nadia se la vuole giocare bene la sua carta, il primo fiore del suo inverno è proprio questo libro, dove si è raccontata con coraggio, lasciando al lettore la possibilità di un incontro intimo con lei. Grazie, Nadia.



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