Fiume 1919

Fiume 1919

Sostiene il professor Marco Mondini che l’Italia del 1919, reduce dalla vittoria nel massacro della Grande Guerra, non fosse un Paese tranquillo: ferito dagli antagonismi partitici, lacerato da scontri e scaramucce nei borghi e nelle campagne, puntinato da squadracce e da bande, sembrava che lo Stivale fosse una polveriera. Paradossalmente, aver sconfitto l’Impero Austroungarico non era servito a sedare le rivalità e le partigianerie: c’erano visioni diversissime sulle prospettive nazionali e sulle dinamiche sociali. La questione di Fiume venne sollevata, ad arte, in questo momento: per Mondini, si trattò di “un masochistico ma formidabile colpo di genio propagandistico”, di una “creazione di un luogo capace di diventare vitale per l’identità nazionale”, sebbene di Fiume – della sua anima italiana, della sua lingua e cultura chiaramente italiane, puntinate da robuste influenze mitteleuropee, magiare e balcaniche – sostanzialmente non si fosse parlato in precedenza, in nessun tavolo. Nel 1915, ricorda e ribadisce Mondini, quando il governo italiano aveva contrattato con l’Intesa il proprio intervento, Fiume non risultava tra le terre richieste e rivendicate: e questo sebbene Sonnino e Salandra sapessero perfettamente che “così facendo avrebbero abbandonato un centro urbano interamente di lingua e cultura italiana”; preferivano chiaramente considerarla “pedina volentieri sacrificabile”. Nel 1919, invece, “sembrò improvvisamente che senza Fiume la guerra, la vittoria e le centinaia di migliaia di morti non avrebbero avuto più alcun senso. Come ciò sia stato possibile, è la questione al centro di questo libro”. Mondini non intende trattare l’intera vicenda fiumana: il giudizio sulla vicenda si intuisce già nelle battute iniziali, “bizzarra comunità di ribelli, artisti, idealisti, perdigiorno e fanatici che era la sedicente ‘Reggenza del Carnaro’”. L’impresa dannunziana viene liquidata come bufala o giù di lì: “la prima, grande ‘falsa notizia’ nazionale”: un “capolavoro mediatico”, insiste Mondini, “vaso di Pandora dell’Italia postbellica”, sintesi e anticipazione della guerra civile che avremmo conosciuto di lì a poco. Mondini ritiene che la grande lezione di Fiume sia “il monito sul legame tra cattivo uso dei media e fine della democrazia”. Si tratta di una “storia paradossale”, altrove definita “una carnevalata”...

Fiume 1919. Una guerra civile italiana, apparso nella collana “Aculei” della Salerno, diretta dal professor Alessandro Barbero, è strutturato in un’introduzione, quattro capitoli (“Il mito dell’occasione perduta”, “La città olocausta. L’invenzione mediatica di Fiume”, “I ribelli”, “Gli scalmanati”), un epilogo, note (niente bibliografia a sé stante: peccato). In coda, un opportuno e pratico indice dei nomi. Eugenio De Rienzo, sul “Corriere della Sera”, ha osservato che siamo di fronte a un “importante libro di storia politica e diplomatica, poco attento, forse, solo alle scaturigini costituzionali dell’avventura fiumana. E cioè allo Statuto della Reggenza italiana del Carnaro, redatto dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e rielaborato dallo stesso D’Annunzio [...] un ordinamento giuridico rivoluzionario, nel senso intero del termine”. Più avanti, De Rienzo ha ribadito che siamo di fronte a una “ricca ricognizione di Mondini: troppo spesso viziata, però, da una pudibonderie ‘storiograficamente corretta’ che trasforma, sempre e comunque, per citare il detto di Engels, le vicende di Fiume da «tragedia» in «farsa pulciosa»”. Si tratta di due vizi di fondo abbastanza poseidonici, a ben guardare: sono osservazioni estremamente sensate. Non si può che rinviare il lettore sensibile alle questioni costituzionali a studiare la Carta del Carnaro nell’edizione curata da Marco Fressura e Patrick Karlsen per Castelvecchi, nel 2009, corredata da uno scritto illuminante di Giordano Bruno Guerri; per quanto riguarda tutto il resto, se vogliamo limitarci alle pubblicazioni recenti o addirittura recentissime, si parla di Fiume dettagliatamente ed evitando giudizi stupidini e presuntuosi come “carnevalata” o giù di lì o battutine come “sedicente Reggenza del Carnaro”, in due libri di buon valore: suggerisco di puntare, con una certa serenità, lo studio di Raoul Pupo, Fiume. Città di passione [Laterza, 2018] abbinandolo al lineare e dettagliato Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione di G.B. Guerri [Mondadori, 2019]. Per tutto quel che riguarda le questioni fiumane, inevitabilmente si rinviano tutti i lettori italiani alla prestigiosa Società di Studi Fiumani di Roma – Archivio Museo Storico di Roma. Per ogni genere di informazione bibliografica, per ogni opportuna meditazione e in ogni caso prima di scrivere due parole sulla città di Fiume, si suggerisce di consultarli e di chiedere loro consiglio, con la dovuta umiltà. Qualche cenno sull’autore. Marco Mondini, da Bassano del Grappa, classe 1974, si è laureato in Storia alla Normale di Pisa nel 1998. Dal 2011 al 2017 è stato ricercatore all’Istituto Storico Italo Germanico-FBK di Trento dove, dal 2013 al 2016, ha diretto il team di ricerca “1914-1918”. Dal 2018 è ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Padova, dove insegna Storia contemporanea e Storia dei Conflitti. Tra le sue pubblicazioni: La politica delle armi [2006; considerato da Mondini il “punto di partenza” di questo libro]; Andare per i luoghi della Grande Guerra [2015] e La guerra come apocalisse [2017].



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