Fiume città di passione

Fiume città di passione

Perché il destino di Fiume è stato simile a quello di Trieste, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale? Che significato ha avuto l’istituzione di un porto franco, nel 1719, e che valenza strategica aveva? Perché la fortuna economica di Fiume è stata diversa e inferiore a quella della “gemella asburgica”, Trieste? Che ruolo hanno giocato, in questo senso, le infrastrutture e i collegamenti ferroviari? Perché è giusto considerare Fiume lo “sbocco naturale” dell’Ungheria? Perché i magiari avevano diverso e miglior dialogo con gli italiani di Fiume rispetto ai croati di Fiume e dintorni? Quali erano gli equilibri etnici della città, dal Settecento in avanti? E quanto fondamentale era il ruolo della nostra lingua italiana, già dal Trecento? Perché l’autonomismo è stato il cardine dell’identità cittadina fiumana? Perché è giusto considerarlo, in questo contesto, un movimento democratico di massa? Cosa rappresentava l’autonomismo per la cittadinanza fiumana, e cosa intendiamo quando finiamo per considerarlo “il partito degli italiani, anche se non necessariamente dell’Italia”? In cosa era differente rispetto all’autonomismo triestino? Cosa significa che l’autonomismo fiumano ha saputo resistere al nazionalismo dannunziano, ha capitolato di fronte alla violenza fascista, è stato infine distrutto, mediante la strage e la dispersione dei suoi aderenti, dalla strategia del terrore adottata dal regime comunista jugoslavo, post 1945? Perché il governo italiano non sentì di rivendicare Fiume, ai tempi del patto di Londra? Perché, politicamente, non veniva considerata tra le città-simbolo dell’irredentismo italiano, con Trieste, Trento e Zara? Perché e come se ne cominciò a parlare, soltanto al termine della Grande Guerra? Quali furono i più famosi e valorosi tra i volontari irredenti fiumani, nella Grande Guerra? Perché tra loro c’erano sia nazionalisti italiani sia autonomisti? Perché la comunità ebraica fiumana, come pure larga parte della massoneria fiumana, era orientata su posizioni irredentiste, proprio come a Trieste? E come contribuirono alla causa italiana? Qual era il rapporto tra Fiume e il suo sobborgo operaio, Sušak, abitato da una maggioranza assoluta croata? Cosa significava per i veci fiumani andare “oltreponte”? Come avvenne la “santa entrata” di Gabriele d’Annunzio a Fiume? Come venne accolto dalla maggioranza della popolazione? Quali furono i presupposti etnici, politici e strategici della fortuna della sua impresa? E perché il club Dada di Berlino, già sostenitore della rivolta spartachista in Germania, considerava l’avventura dannunziana una “grandiosa impresa dadaista”? Quanto fu avveniristica la costituzione repubblicana scritta da De Ambris e d’Annunzio, la storica Carta del Carnaro? In che senso possiamo considerarla compiutamente democratica, autonomista e corporativa, libertaria e nazionalista? Quali erano i rapporti tra d’Annunzio e la massoneria? Che significato ha che tra i reduci da Fiume ci siano stati sia futuri fascisti che futuri martiri dell’antifascismo, come Gabriele Foschiatti, come Pietro Jacchia, come Mario Magri? E che ruolo giocarono, in quella temperie, outsider come Guido Keller e letterati come Comisso? Come avvenne il passaggio dalla Reggenza dannunziana allo Stato italiano? Come cambiarono gli equilibri tra fiumani italiani e fiumani croati? Quante disgrazie e quante future rappresaglie furono determinate dall’infame antislavismo del regime tricolore, in quei delicati frangenti? Perché, a Fiume come nel resto della Venezia Giulia, l’esito disastroso della politica fascista fu convincere croati (e sloveni) che Italia e fascismo coincidevano in toto? E cosa ne derivò, nel tempo? Quanto è vero che la militanza nazionale, nelle città dell’Adriatico Orientale, è sganciata dall’origine etnica e che addirittura nel contesto di una stessa famiglia ci si trova schierati tra movimenti antagonisti? Come si comportarono i comunisti fiumani, durante la Resistenza? In che misura la loro vicenda si può assimilare a quella dei comunisti triestini? Perché esistevano tante confusioni in merito alla rotta da assumere? Perché c’erano incertezze in merito all’adesione al CNL? Cosa voleva dire, davvero? E perché diversi tra i partigiani istriani, come Lelio Zustovich da Albona e (probabilmente) come Pino Budicin, finirono morti ammazzati dai compagni come “nemici del popolo”? Da quale pericolo stavano mettendo in guardia istriani e fiumani? Perché la strategia jugoslava della “fratellanza italo-slava” si rivelò soltanto bassa propaganda? Perché gli italiani di Fiume e dell’Istria esodarono sostanzialmente in blocco, lasciando poche migliaia di confusi compatrioti indietro? Che significa considerare “nazionalista” e non “internazionalista” la politica jugoslava, e perché è bene ricordare che venne stigmatizzata come scismatica addirittura dall’URSS? Cosa ha significato, al termine della guerra, la fusione tra Fiume e Sušak? E perché, in un certo senso, si può dire che è stata Sušak ad annettere Fiume? Cosa ne è stato delle scuole e delle istituzioni italiane di Fiume? Che ruolo hanno giocato i nostri compatrioti "rimasti", nel tempo? Perché l’odierna Rijeka è “monoetnica”, totalmente croatizzata, e la nostra comunità italiana, un tempo e storicamente maggioritaria, è oggi ridotta al due percento? Quanto è stata spietata e feroce la strategia del terrore di Tito e dei suoi compagni? Di quali omicidi e di quante violenze s’è macchiata l’OZNA, nel dopoguerra? E perché sono stati massacrati tanti antifascisti e tanti autonomisti fiumani? E perché sono stati arrestati tanti ragazzi e tanti liceali fiumani, prima del disperato esodo, nel dopoguerra? Perché c’è stata una rimozione collettiva di queste vicende? Quali sono i numeri dell’esodo fiumano? E quali quelli del ripopolamento “balcanico”, e a che prezzo? Qual è stata la sorte degli operai di Monfalcone e dintorni, “controesodati” in Jugoslavia, sognando un inesistente paradiso socialista? Quanti tra loro sono stati internati a Goli Otok come nemici del popolo, quanti ammazzati? Perché e da chi la gloriosa rivista “Fiume” viene stampata a Roma, dai primi anni Cinquanta? Infine, perché è soltanto romantico sognare che l’odierna e croatizzata Rijeka possa tornare a essere Fiume, e in che senso la città va considerata vittima di un urbicidio, pur non avendo subito i terribili bombardamenti di Zara, Coventry o Dresda? Che ne è stato della “civica”, dopo la diaspora? Che senso ha che siano tornate le aquile sulla torre civica, un anno fa, e chi le aveva abbattute, e perché, e fraintendendo cosa?

Prima di passare a qualche rilievo sull’accuratezza dell’edizione Laterza, devo segnalare qualche lacuna letteraria. Il professor Pupo dedica, con una certa eleganza, qualche spazio agli scrittori fiumani di cultura italiana, come Enrico Morovich (1906-1994, esule nel 1950) e Osvaldo Ramous (1905-1981, “rimasto”); trova tempo per ricordare la povera Marisa Madieri (1938-1996, esule nel 1949), autrice del notevole Verde acqua; più volte viene valorizzata la letteratura di Paolo Santarcangeli (1909-1995, esule); stupisce molto che nemmeno venga nominato il poeta Valentino Zeichen (1938-2016, esule, credo nel 1949) e più ancora il romanziere e saggista istro-fiumano Diego Zandel, nato nel campo profughi di Servigliano, nelle Marche, cresciuto nel Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma, oggi direttore di una collana di letteratura croata per la Oltre Edizioni. Per completezza, segnalo che analogo silenzio viene riservato a uno dei protagonisti italocroati della vita letteraria dell’odierna Rijeka, il nazionalista croato Nedjeljko Fabrio, autore della famigerata epopea fiumana L’esercizio della vita (1985). Consiglio di rimediare nella seconda edizione. Qualche osservazione sull’edizione Laterza: apprezzabile il cartonato, incomprensibile e degna di contestazione l’assenza di una bibliografia ragionata in appendice, indecifrabile l’assenza di un apparato fotografico e iconografico (in genere) che poteva invece essere decisamente emozionante, spiazzante per le ripetute atipicità e comunque fertile di memoria (di diverse memorie). Considerando i ricchissimi archivi disponibili (penso ovviamente alla Società di Studi Fiumani, qui a Roma, come all’Istituto Regionale per la Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste) credo di poter dire che si è trattato di una negligenza editoriale sbalorditiva; l’autore non ha nessuna responsabilità in proposito. L’assenza della bibliografia è invece appena attutita dalla presenza di un doveroso apparato di note, puntinato da diversi fastidiosi erroretti qua e là; la scomodità che in ogni caso ne viene determinata è indegna dell’eccellenza della Laterza. Auspicati tempestivi rimedi nella seconda edizione. Qualche parola ancora in merito al lavoro del professor Pupo (triestino, classe 1952, democratico; docente di Storia Contemporanea presso l’Università tergestina). Considero un suo vecchio lavoro, Il lungo esodo (Rizzoli, 2005) come una pietra miliare per la restituzione di verità e giustizia sulle vicende dei nostri fratelli istriani, fiumani e zaratini; nel corso degli anni, ho potuto periodicamente apprezzare le sue pubblicazioni, elogiandone l’equidistanza e l’equilibrio. Quando ho saputo che stava per pubblicare un saggio su Fiume ho pensato, sulle prime, fosse una sorta di transfert triestino: è invece un lavoro di documentazione e ricerca piuttosto impressionante, novecentocentrico, capace di illuminare le contraddizioni e la barbarie di entrambi i totalitarismi e di restituire la perduta, romantica e singolare essenza della città liburnica. Devo dire che mi aspettavo che un libro del genere venisse pubblicato da uno storico fiumano “italiano” come il povero, giovanissimo William Klinger, morto ammazzato negli Stati Uniti in circostanze estremamente equivoche, per mano “ex jugoslava” soltanto pochi anni fa; quando mi era capitato di sentirlo parlare dal vivo, in un paio di presentazioni, avevo fantasticato di un suo libro monumentale, magari Laterza o Donzelli, dedicato alla storia complessa, multietnica e polifonica della vecchia, perduta Fiume. Forse Pupo sarebbe stato un postfatore d’eccezione per un libro del genere: sarebbe stato superbo, e credo commovente, nel tempo, poter comparare e confutare i loro due saggi. Il destino è stato spietato. Proprio come con Fiume, proprio come con i veri fiumani (no, niente a che fare con gli odierni rijekani). Fiume città di passione è un saggio che fatalmente non andrà in classifica; le vicende della vecchia città gemella della nostra amata Trieste sono oscure per i nostri compatrioti, almeno dal Veneto in giù, e dal Veneto a Ovest, e orientarsi è difficile e richiede pazienza, umiltà e ripetute letture. Riuscire ad informare e sensibilizzare qualche migliaio di italiani sarà un risultato spettacolare – altro esito e altra prospettiva proprio non intravedo; quella città è diventata letteratura. La nostra gente è ridotta ai minimi termini, Fiume è stata sopraffatta da Rijeka. Immaginarla potete, immaginarla possiamo, questo sì. Sognare, ricordare, disperare, deplorare. Questo sì. Estetizzarla, sì. Niente altro.



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