Fiume di tenebra

Fiume di tenebra
1920. Italo Serra, capitano della dodicesima compagnia dei Lancieri di Novara, disertore in patria, arriva a Fiume trovandovi il più completo dissesto morale e materiale: «Fiume era un puttanaio». Per la verità, il giovane capitano avrebbe dovuto capire, dalle allusioni compiute durante una cena che precede la sua partenza, che l’obiettivo politico era quello di eliminare d’Annunzio e che lui era stato scelto, fra tutti i soldati reduci, come materiale esecutore dell’attentato. Quando Serra giunge a Fiume, la trova invasa non già da eroici legionari ma da adescatori, truffatori, ladri, puttane e sodomiti. Anche Giovanni Comisso ed il giovane tenente Guido Keller sono della partita, e Italo Serra si unisce a loro ma nella piena consapevolezza del suo ‘alto’ mandato: assassinare il Poeta-soldato, lui Vate di bellezza trasformato per l’occasione in vessillo di ogni bassezza, per restituire all’ordine e alla legalità internazionale la città di Fiume, ed assicurare, con i militari del Generale Caviglia, il rimpatrio di quella banda di spostati che ha colto l’occasione della Reggenza del Carnaro per dare sfogo ai propri peggiori istinti. La dolce e sensuale Ada farà da guida e da sostegno all’impresa omicida di Serra: tuttavia, di fronte a Gabriele d’Annunzio, l’impresa fallisce ed i due, Italo e Ada, sono costretti a fuggire e seguire poi ognuno la strada del proprio destino...
Finita la prima guerra mondiale con l’Italia tra le potenze vincitrici, venne stipulato, prima a Londra e poi ribadito a Parigi, un accordo internazionale che prevedeva l’assegnazione della città italiana di Fiume al Regno di Serbi Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia). Questa vittoria italiana, “mutilata” (secondo la definizione che ne diedero gli irredentisti italiani) della città dalmata, vene aspramente contestata da una parte dell’opinione pubblica italiana e il 12 settembre 1919 d’Annunzio, a capo di un esercito irregolare di “arditi” ed ex combattenti, irruppe in Fiume dichiarando la città territorio libero e insediandovi la cosiddetta Reggenza dell’intero Golfo del Carnaro. Quando il 12 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo le potenze vincitrici della guerra si impegnarono a garantire Fiume come città libera, d’Annunzio decise di rifiutare il trattato determinato a resistere per difendere l’italianità di Fiume. Per questo, l’esercito italiano, comandato dal generale Caviglia, per far rispettare i patti internazionali, fu costretto all’intervento armato contro i legionari dannunziani, nel dicembre 1920 (chiamato, per quella circostanza, ‘Natale di Sangue’). Questa storia potrebbe non essere mai accaduta a nessuno: con questo ripetuto refrain si apre e si chiude l’intero ciclo della narrazione di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino i quali hanno congegnato una macchina narrativa di alta ed indiscutibile qualità. Anche linguisticamente, il romanzo scorre dentro un alveo lessicale e sintattico che sembra non avere sbavature e consente una lettura senza intoppi e senza equivoci. Va sottolineato però che la ‘fantasia’ romanzesca degli autori non andrebbe confusa con la realtà storica: troppo a lungo, in passato, Fiume e il dannunzianesimo sono stati oggetto di equivoci e sovrapposizioni di leggenda e realtà. Lo stesso personaggio di d’Annunzio, silenzioso protagonista del romanzo dei Di Mino, sembra piuttosto intagliato nella robusta tradizione leggendaria che ricostruito nel rispetto della storia: tanto che gli autori scelgono la leggendaria forma del cognome “D’Annunzio”, con la “D” maiuscola, invece che il cognome anagrafico di d’Annunzio.

Leggi l'intervista a Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

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