Foglie morte

Foglie morte
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Il dottore è morto. Il dottore si è tolto la vita impiccandosi. Il villaggio non prova pietà, neanche un po’, mentre lo guarda composto nella sua bara che il generale ha disposto per lui. L’unico, il generale, che abbia pietà del morto mentre tutti gli altri - il frascame del villaggio, gente corrotta e senza scrupoli che è arrivata con la compagnia bananiera portando feccia e malaffare - tentano di opporsi al funerale cercando di trovare pretesti per allungare l’agonia di un corpo morto da sotterrare, per fargli pagare lo scotto della presunta cattiveria esercitata in vita. Di lui, del dottore, non si sapeva molto, non si sapeva nemmeno se fosse veramente tale. Quando arrivò la compagnia bananiera, gli furono chieste le carte che comprovassero la sua professione: lui non le fornì mai infischiandosene, ma pagandone il prezzo nelle seggiole vuote del suo ambulatorio. Da allora cibò il suo stigma con l’apparente scontrosità del suo carattere. Era arrivato in paese lo stesso giorno del padre Ángel, lui per la strada maestra il prevosto per la scorciatoia. Li confusero: la banda iniziò a suonare per il dottore pensando che fosse il curato, e quello li ignorò lasciandoli sbigottiti per la sua indifferenza. Da subito, il dottore si infilò in casa del generale, occupando una stanza e ruminando erba, portandosi a letto la donna di servizio e gettando un’onta di discredito su tutta la famiglia. Quando andò via si portò la mulatta incinta a vivere nella casa disabitata all’angolo del paese e quando questa scomparve - uccisa, scappata? - cominciò, un po' alla volta, a morire pure lui. Un uomo taciturno e non si può nemmeno dire che fosse scontroso: talmente piatto ed impermeabile ai rapporti umani che rifiutava senza nemmeno porsi il problema del confronto. Il dottore non aveva mai veramente fatto il dottore se non per salvare in extremis la vita del generale, ma quando i feriti del villaggio che la guerra aveva sbudellato e mutilato bussavano alla sua porta per essere medicati lui, semplicemente, rimaneva seduto, sprofondato nella sua poltrona, a dire che non avrebbe fatto niente. E lo diceva senza rabbia, come se questa fosse una cosa ineluttabile. Come ineluttabile sarebbe stata la maledizione che gli arrivò sonora da dietro quella porta: sarebbe morto solo e disprezzato e quello della sua morte sarebbe stato un giorno di festa e di sollievo per il paese…

Tre sono i piani narrativi, tre punti di vista diversi che Gabo ha utilizzato per raccontare un’unica storia focalizzata su un unico personaggio. L’occhio del generale, di sua figlia e del suo nipotino convergono al momento di comporre la salma e si articolano e si intrecciano con ordine nei ricordi personali che ciascuno di loro ha di quell’uomo e delle vicende che lo hanno riguardato, nel rapporto strano con quel paese, Macondo, svuotato e depredato dalla compagnia bananiera che una volta andata via ha lasciato solo miseria e sterpaglia, assieme ad un’allegoria di reietti e avanzi di galera. La sintesi ovvia, quella più naturale che trapela poco a poco da questo breve romanzo che va a costituire, insieme ad altri, un tassello nella geografia di Cent’anni di solitudine, è che nulla è come appare. Alla popolazione, l’impenetrabilità del dottore sembra un atto di arroganza, una supponenza irriguardosa nei confronti degli ammalati, un replicarsi di lotta tra ignoranti ed istruiti. Eppure non è così. La sua è una sorta di umanità rispettosa tutta personale, impermeabile ai giudizi. Un individuo che - nel bene o nel male - si è distinto dal frascame disordinato, pagando con la solitudine e l’indifferenza la sua coerenza. Nella sua lingua originale, questo romano uscì con il titolo La hojarasca che, se analizzato, dà al lettore molti spunti di riflessione per capire un po’ di più l’ordito di questo romanzo. La hojarasca è quel mulinello di foglie secche e detriti che si forma durante i pomeriggi particolarmente caldi. Nel linguaggio popolare significa anche ciarpame, immondizia. In tutto è per tutto costituisce l’alfa e l’omega di questo romanzo; l’apertura e la chiusura. Nella prima accezione, è quello che si riversa su Macondo ai primi accenni di progresso portati dalla compagnia bananiera; nella seconda, invece, è ciò che rimane a Macondo dopo che la compagnia bananiera ha levato le tende. Una grande metafora, questa di Gabriel García Márquez, che scrive romanzi fortemente politici senza darne l’impressione e che cesella personaggi apparentemente abbietti e perduti che nascondono invece una moralità alta e significativa.



 

 

 

 
 
 
 

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