Fontamara

Fontamara

Fontamara, 1929. Luogo di contadini della Marsica, a mezza costa tra collina e montagna. Gli uomini partono prima dell’alba, scendono di notte accanto al proprio asino verso i campi in piano, verso il lavoro duro e quotidiano. Ci sono i campi da lavorare per pagare le tasse e i debiti, e ci sono quelli da lavorare per mettere da parte il granoturco e i legumi per la famiglia. A casa, sedute sulla nuda pietra o in interni in penombra in cerchio a parlare, ad aspettare il ritorno dei propri mariti, le donne fontamaresi. Ritmo trascinato che conduce le famiglie da una semina all’altra, nella speranza che il raccolto sia più abbondante dell’anno precedente. I cafoni di Fontamara parlano quella lingua che è sconosciuta ai cittadini, alle autorità che s’inventano un modo dopo l’altro per ingannarli, con astuzia derubarli del loro proprio lavoro, avvilirli. L’acqua diretta ai campi necessari per sfamare le famiglie è deviata per volere del nuovo podestà - non più sindaco - il diavolesco Impresario; le leggi cambiano di giorno in giorno per favorire i ricchi proprietari terrieri: i cafoni si trascinano nel proprio dolore, di fronte alle nuove stranezze, “che quando cominciano non finiscono più”…

Ignazio Silone è in esilio politico quando scrive Fontamara. È il 1930, pieno ventennio fascista. Clandestino, sua temporanea dimora è Davos, in Svizzera. Il libro non uscirà in Italia che nel 1945, e dovrà attendere il 1949 per la prima edizione Mondadori, l’unica ritenuta di qualità editoriale soddisfacente dall’autore. Silone scrive del suo paese d’origine e al contempo di “ogni villaggio meridionale che sia un po’ fuori mano, un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”; della vita e del quotidiano di un luogo di cafoni, accomunati dalla stessa radice, dalla stessa piazza d’incontro, ma ognuno teso a difendere “i fatti suoi”, il piccolo appezzamento di terra per la famiglia, pronto a litigare alla prima occasione. Fra tutti spicca Berardo Viola, che come tutti i Viola “non sa stare vicino al camino”: lui è la voce prepotente e feroce che tuona contro l’autorità e la sopraffazione, il cafone senza terra. Un uomo, una donna e il loro figlio si scambiano la voce narrante, lo sguardo sui fatti tragici avvenuti al popolo fontamarese a opera di quelle nuove stranezze che si scagliano inarrestabili contro di loro, contro il loro essere miserabili e calpestabili. Qui, si pone in ascolto l’autore: nelle rughe e nel vivido ricordo di “un vecchio alto e magro, con la faccia terrea e unta di peli grigi, accanto a lui, sua moglie e suo figlio”.



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